Terme di Sciacca: attesi quattro anni, uno dalla loro chiusura prima che Crocetta muovesse un passo

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Era presente anche il deputato saccense del M5S, Matteo Mangiacavallo, all’incontro svoltosi l’altro ieri tra il sindaco di Sciacca Fabrizio Di Paola e l’assessore regionale al Bilancio, Alessandro Baccei.

Nel corso della riunione è stata illustrata la procedura legislativa e amministrativa che potrebbe consentire alla Regione Siciliana di ricongiungere l’intero patrimonio termale, attraverso la rinuncia all’usufrutto residuo e l’acquisto dei beni di proprietà della Terme di Sciacca Spa, per darlo in concessione al Comune di Sciacca a cui spetterebbe il compito di procedere con l’affidamento della gestione. Il primo passaggio dovrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni con un emendamento governativo che sarà presentato in commissione bilancio all’ARS.

“Dovrebbe essere un emendamento di due righe – dichiara Mangiacavallo – col quale si autorizza la Regione Siciliana ad acquistare i beni di proprietà della Terme di Sciacca Spa. Contestualmente, come avevamo proposto anche noi del M5S, la società termale dovrebbe rinunciare all’usufrutto residuo dei beni di proprietà della Regione. Passaggio che, a nostro avviso, andrebbe fatto in fretta e subito, in modo da limitare il passivo della Spa in vista della liquidazione”.

“L’emendamento – continua Matteo Mangiacavallo – ha già l’apprezzamento del gruppo parlamentare all’ARS del M5S e dunque dei suoi 14 deputati. Speriamo che non diventi terreno di scontro all’interno del PD, con la deputazione catanese pronta a porre ostacoli, come già visto in altre occasioni. Nello stesso emendamento, infatti, si stabilisce la stessa sorte per le Terme di Acireale, anche se per quest’ultime il quadro economico è meno chiaro”.

“La soluzione prospettata coincide con quella che avevamo avanzato noi – conclude il deputato regionale del M5S – ma rimangono i dubbi sui tempi di realizzazione. Non dimentichiamoci che le Terme sono chiuse e in quasi quattro anni di governo Crocetta si sono mossi solamente annunci. Che l’immobilismo sia terminato? Ce lo auguriamo. Se la soluzione era cosi semplice perché pensarci solamente adesso? E’ giusto chiederselo mentre il governo ha battuto un colpo ed era ora”.

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Nasce il Meet Up Cinquestelle Lampedusa Linosa. M5S: “Da anni sul territorio, adesso l’ufficializzazione”

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Da anni, sul territorio delle Pelagie, diversi simpatizzanti del Movimento 5 Stelle si sono attivati per la promozione dello stesso Movimento e la partecipazione attiva degli isolani alla vita pubblica, portando avanti attività politiche e denunce, congiuntamente a deputati nazionali e regionali 5 Stelle.

“Oggi iniziamo un nuovo percorso, – affermano Vincenzo Tuccio da Linosa e Loreto Giuseppe Cardella da Lampedusa – ufficializzando la nascita di un Meet Up che sarà un laboratorio per tutti gli isolani che vogliono cambiare modo di fare politica e chiudere definitivamente con il vecchio sistema dei partiti”. “Un sistema che sino ad ora, – continuano i due – ha sfruttato le due isole attraverso la creazione di emergenze e di retoriche sulla questione delle migrazioni da un lato e l’assenza dei diritti di base per gli isolani dall’altro, creando una dipendenza dai partiti, specialmente per quanto riguarda il lavoro e i servizi di base che sono gestiti da ditte vicine a politici e ministri”.

Il M5S, attraverso due visite organizzate dal Collettivo Askavusa, è stato anche presente con i suoi parlamentari regionali e nazionali sia a Lampedusa che a Linosa, e ha già avviato una serie di iniziative politiche e di informazione che, come afferma Giacomo Sferlazzo del Collettivo Askavusa: “devono assolutamente trovare una continuità ed essere supportate da un lavoro sul territorio.  Collaboreremo sicuramente con il Meet Up che sarà utilissimo al lavoro di inchiesta e denuncia che abbiamo svolto in questi anni”.

“Con la nascita del Meet Up – concludono i due attivisti locali del M5S – vogliamo avviare un nuovo percorso volto soprattutto ad esaltare quella che è la vocazione economica delle due isole e cioè il turismo e la pesca che, senza la salvaguardia dell’ambiente ed altre opportune iniziative, non potranno avere uno sviluppo adeguato. C’è bisogno della partecipazione attiva della popolazione in tutte le fasi della vita politica, spesso abbiamo subito decisioni dall’alto senza aver potuto neanche dire la nostra opinione”.

In ultimo, intervengono anche i deputati Riccardo Nuti, dalla Camera, e Matteo Mangiacavallo dall’Ars. “I meetup – afferma il portavoce a Palazzo Montecitorio Nuti – sono uno strumento utile per favorire il cambiamento culturale; speriamo che questo possa avvenire anche a Lampedusa e Linosa, isole che hanno molto bisogno di intraprendere questo percorso”. “Nelle due isole – aggiunge Mangiacavallo – c’erano già diverse persone che si sono identificate nel Movimento sin dalla prima ora. Oggi hanno deciso di ufficializzare la nascita di un gruppo e di questo siamo felici; a loro vanno i nostri migliori auguri, continueremo a collaborare come abbiamo fatto sino ad oggi”.

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M5S: “Altro che vittoria di Crocetta e del Pd. Per avere l’elemosina dallo Stato pure un ‘mutuo’ da 900 milioni di euro”

La conferma dal dossier sulla legge di stabilità 2015, realizzato congiuntamente dai servizi del Senato e della Camera. Cancelleri: “L’ennesima manovra lacrime e sangue sulla pelle dei siciliani”. Cappello. “Hanno congelato lo statuto fino alla prossima legislatura”.

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Sarà un mutuo vero e proprio da rimborsare con tanto di interessi quello che permetterà di restituire allo Stato la tranche di 900 milioni trasferiti da Roma all’interno dell’accordo da un miliardo e 685 milioni firmato ieri tra Stato e Regione. A togliere ogni dubbio è il dossier sulla legge di stabilità 2015 realizzato congiuntamente dai servizi del Senato e della Camera, sul finanziamento dei contributi alle regioni Sicilia e Valle d’Aosta.

“Il comma 689 delle legge 208/2015, infatti, prevede che il contributo di 900 milioni attribuito alla Regione siciliana sia restituito con accantonamenti crescenti di 9,9 milioni per il 2016, 14,8 milioni per il 2017, 18,2 milioni per il 2018 e 21,2 milioni di euro a decorrere dal 2019”.

“Quella che il governo Crocetta, Faraone e il Pd hanno spacciato per una grande vittoria – dice il deputato Giancarlo Cancelleri – in realtà è l’ennesimo bluff di questo governo, con ricadute sanguinose sulla pelle dei siciliani. Innanzitutto una quota parte sarà da restituire con gli interessi. La concessione di gran parte della restante porzione, 500 milioni circa, invece, è subordinata a una serie di prescrizioni e di politiche lacrime e sangue che, ovviamente, lasceranno il segno sulla pelle dei siciliani”.

L’accordo “che ancora una volta – dice Cancelleri – ci viene fatto passare sulla testa, bypassando il parlamento” prevede tra le altre cose, dal 2017 al 2020, la riduzione strutturale della spesa corrente in misura non inferiore al 3 per cento e il completo recepimento della legge del Rio, “cosa che – commenta Cancelleri – di fatto azzera tre anni di lavoro a sala d’Ercole”.

“L’accordo – dice il deputato Francesco Cappello – di fatto congela lo statuto speciale fino alla prossima legislatura, visto che il governo regionale non ha il coraggio di metterlo in pratica, e quello nazionale non ha la forza di abolirlo. E tutto questo in cambio di briciole e di grandi privazioni per i siciliani. Continuiamo a contribuire in misura rilevante al risanamento delle casse dello Stato in cambio del nulla. I siciliani sono la merce di scambio per la sopravvivenza di questo governo regionale. Ci chiediamo come mai la Valle d’Aosta, pure a Statuto speciale, sempre nel medesimo tavolo abbia raggiunto notevoli vantaggi economici a differenza nostra?”.

“Di fatto – commenta il parlamentare Sergio Tancredi – si congelano le entrate della Sicilia ad un livello che ne garantisce la mera sopravvivenza, senza possibilità di sviluppo e di recupero del gap economico pluriennale imposto dallo Stato con la compiacenza della politica siciliana”.

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M5S: “Col doppio voto di genere rischio di controllo sugli elettori”

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I parlamentari spiegano il loro “no” alla norma. Appello ai movimenti femministi: “Battetevi non per questa legge, ma affinché i partiti diano spazio alle donne nelle loro liste”.

“Non battetevi per il voto di genere, ma affinché i partiti diano spazio alle donne nelle loro liste”.
E’ chiara la posizione del Movimento 5 stelle sul doppio voto di genere, bocciato dai parlamentari 5 stelle in commissione Affari istituzionali all’Ars.

Alla base del “no” alla norma ci sono numerosi motivi, in primis l’aumento esponenziale del controllo del voto e il rischio di elezione di candidati “fantocci” (sia uomini che donne), solo perché collegati ad un candidato forte.

“E’ una discriminazione al contrario”, dicono i deputati 5 stelle. “Inserire corsie preferenziali solo in base al sesso significa preferire il genere al merito, che deve essere sempre la bussola per le scelte. Il M5S è la prova lampante del fatto che non c’è bisogno di strumenti del genere per far entrare le donne nelle istituzioni, lo testimonia l’infornata di sindaci donne nella recente tornata elettorale. La scarsa partecipazione delle donne in politica non è un problema di norme, ma culturale e di mancanza di servizi sociali che consentano alle donne di impegnarsi per la cosa pubblica” ⁠⁠⁠

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Crocetta finge o non ha compreso. Per i siciliani l’accordo è un disastro

Il governatore ha usato toni trionfalistici dopo l’intesa sui 500 milioni, ha ignorato l’Ars e ha nascosto le pesanti rinunce della Sicilia.

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Di Accursio Sabella

Ha esultato, brindato e utilizzato i soliti toni trionfalistici per descrivere la firma dell’accordo a Palazzo Chigi che ha dato il via libera ai 500 milioni ancora bloccati nella finanziaria regionale. E proprio quei toni, quell’entusiamo di Rosario Crocetta suggeriscono dubbi e interrogativi. Due, in particolare. Il bivio di questa vicenda è tutto lì: il presidente della Regione non si è accorto, ha ignorato, sottovalutato alcuni passaggi di quell’intesa o, semplicemente, in piena consapevolezza ha rifilato un “pacco” ai siciliani? Oltre questa biforcazione non c’è nulla. Non c’è una terza strada possibile, a guardar bene i termini dell’accordo. Che ha, sostanzialmente, riconosciuto alla Sicilia il diritto ad avere soldi propri, ma solo a condizione di buttare nel cestino un bel pezzo di autonomia, di considerare il parlamento come una sorta di ufficio protocollo e soprattutto di costringere i siciliani a tagli sanguinosi nei prossimi anni.

E allora, questo trionfalismo? Il presidente della Regione, insomma, ha compreso di avere rinunciato ai ricorsi contro lo Stato dinanzi alla Corte costituzionale? Si è reso conto, ad esempio, di aver rinunciato persino a quelli già vinti? E di aver detto addio alle possibili, future vittorie scaturenti da cause in corso?

La rinucia ai contenziosi

Nei giorni scorsi, per fare un esempio, il governo Renzi ha riconosciuto alla Valle d’Aosta un trasferimento di 70 milioni di euro per le accise impropriamente incamerate dallo Stato. Stiamo parlando di una Regione a Statuto speciale, ma di 120 mila abitanti o poco più. Quella sentenza che ha portato al riconoscimento dei 70 milioni, riguardava anche la Sicilia. Ma per l’Isola gli effetti sono stati già neutralizzati dalla prima scelta di Crocetta di rinunciare ai contenziosi: quella del giugno del 2014. Una storia assai simile a quella recente. “La Regione si impegna a ritirare, entro il 30 giugno 2014, – questo il testo del vecchio accordo – tutti i ricorsi contro lo Stato pendenti dinnanzi alle diverse giurisdizioni relativi alle impugnative di leggi o di atti conseguenziali in materia di finanza pubblica, promossi prima del presente accordo, o, comunque, a rinunciare per gli anni 2014-2017 agli effetti positivi sia in termini di saldo netto da finanziare che in termini di indebitamento netto che dovessero derivare da eventuali pronunce di accoglimento”. Passa meno di un anno e la Consulta riconosce alla Sicilia e alle altre Regioni a Statuto speciale il diritto a incassare le entrate relative alle accise sull’energia. Somme che invece, dal 2012, col decreto “Cresci Italia” il governo romano aveva avocato a sé. Per un totale, in questo caso, di 235 milioni annui per le Regioni interessate. La quota annuale spettante alla Sicilia si aggirava intorno ai 73 milioni di euro, da moltiplicare per sei anni. E sono già oltre 400 milioni. Quasi equivalenti alla cifra liberata trionfalmente due giorni fa.

Quei soldi erano già della Sicilia

È, quello, solo uno degli esempi di pronunce della Corte costituzionale a favore dell’Isola. Lo Consulta lo ha fatto per otto volte negli ultimi due anni e mezzo. Ma a quelle “vittorie” non è seguito nulla. Nessun introito per l’Isola, proprio a causa di quell’accordo. E adesso, Crocetta ci è ricascato. Nonostante persino la Corte dei conti, che non ha mai risparmiato critiche alla gestione finanziaria del governo regionale, avesse segnalato lo squilibrio dei rapporti tra Stato centrale e Regione siciliana. “Nel corso del 2014, – annotava un anno fa il procuratore generale d’Appello Diana Calaciura – la Struttura di gestione dell’Agenzia delle entrate ha ‘trattenuto’ le entrate riscosse nella Regione per complessivi 585,5 milioni di euro, riversandole direttamente al bilancio dello Stato a titolo di accantonamenti tributari e, per di più, in assenza di qualsiasi comunicazione formale alla Regione”. Lo Stato si era “preso” già 585 milioni che spettavano alla Regione. Più o meno gli stessi soldi ai quali Crocetta ha brindato nei giorni scorsi. “Ancora una volta, – sottolineavano le Sezioni riunite della Corte dei conti – in un momento di affanno finanziario per i conti della Regione siciliana, somme statutariamente spettanti non vengono erogate dai competenti organi statali”. E non manca proprio un passaggio sulla rinuncia del presidente della Regione ai contenziosi con lo Stato e alla sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto il diritto della Sicilia a trattenere le somme legate all’aumento delle accise su energia e carburanti fin dal 2011. Soldi che, almeno per gli anni precedenti alla firma dell’accordo, dovevano essere risconosciuti alla Sicilia: “La disposizione dichiarata costituzionalmente illegittima – spiegano i giudici contabili – risale al 2011, appare evidente che, laddove le entrate spettanti fossero state prontamente restituite alla Regione, quest’ultima avrebbe potuto utilizzarle, nell’ambito della propria autonomia statutaria”. Soldi della Sicilia, quindi, che lo Stato non ha mai restituito: una parte a causa della rinuncia di Crocetta, dall’altra per una scelta volontaria del governo centrale, censurata dai magistrati contabili.

Le rinunce di Crocetta e dei siciliani

Per assicurarsi i “nuovi” cinquecento milioni, poi, Crocetta ha “condannato” la Sicilia a tagli pari a oltre 400 milioni l’anno per i prossimi anni, al recepimento acritico di alcune riforme statali, alla riduzione delle spese per il personale, persino a ignorare il voto dell’Assemblea regionale che aveva impegnato il governo a ritirare la rinuncia ai contenziosi del 2014. E invece, il governatore non solo non ha ritirato quella rinuncia, ma ne ha presentata un’altra, persino “preventiva” sulle cause che la Regione potrà vincere in futuro.

E allora, a quali soldi deve brindare la Sicilia? Visto che Crocetta, dopo quelle rinunce dannose ha deciso di arrendersi pure in vista delle prossime pronunce? E a chiederlo sono esponenti di settori assai diversi. Oltre, ovviamente, alle forze di opposizione, come Forza Italia, ecco l’affondo della Cgil: “Le dichiarazioni del Presidente Crocetta sull’accordo Stato-Regione – ha detto il segretario regionale Michele Pagliaro – trasudano di un trionfalismo non giustificato, considerando le reali conseguenze che avrà e soprattutto le contropartite che sono state fornite che comporteranno per i prossimi 4 anni tagli per 500 milioni l’anno”. Non solo un problema di tagli, poi: “Questo accordo – prosegue Pagliaro – sancisce di fatto la cancellazione dell’Autonomia e fa specie il fatto che il Parlamento siciliano non proferisca in merito parola” Quanto alle contropartite dell’accordo, il segretario della Cgil rileva che “c’è la riduzione del 3% ogni anno della spesa corrente (esclusa sanità) dal 2017 al 2020; l’ulteriore riduzione della spesa per il pubblico impiego; l’ adozione dei fabbisogni standard per i comuni; l’applicazione totale delle leggi Delrio e Madia”. “Quelle – ribadisce il deputato alla Camera di Sinistra Italiana, Erasmo Palazzotto – sono somme dovute e non nuove risorse, frutto della rimodulazione di fondi che già spettavano alla Sicilia, come le mancate entrate Irpef. C’è quindi poco da festeggiare adesso vedremo se Crocetta e la sua litigiosa maggioranza sapranno far fruttare lo scongelamento di questi fondi, attesi per un anno”.

In pratica i citati tagli di 500 milioni l’anno per i prossimi 4 anni. E così, ecco arrivare anche le critiche dei movimenti autonomisti-sicilianisti, come quello di Sicilia Nazione, che parla di “circonvenzione di incapaci politici”. “Renzi obbliga l’imbelle Crocetta – prosegue la nota – a firmare un ulteriore accordo che condanna la Sicilia all’asfissia finanziaria. Dopo quello del 2014 che costò alle casse siciliane oltre 5 miliardi, Crocetta fa il bis rinunciando ancora una volta ai contenziosi con lo Stato e agli altri diritti previsti dallo Statuto. Si tratta di un raggiro che costa alla Regione Siciliana almeno altri 8 miliardi, e che in più determina anche una forte riduzione di quello che per Statuto toccherebbe alla nostra isola. Siamo di fronte al tradimento e al totale azzeramento dell’Autonomia, avvenuto senza neanche coinvolgere il Parlamento siciliano che a questo punto assume, insieme alla Commissione Paritetica, il triste ruolo di passacarte”. Pare che oggi Crocetta incontrerà Ardizzone per spiegare i termini dell’accordo. Ma il bivio è sempre lì: Crocetta illustrerà un accordo che non ha compreso del tutto, o si presenterà al parlamento siciliano, ancora una volta ignorato, per una sorta di recita, che somiglia a una beffa, se non a un raggiro? Una terza via non c’è.

Fonte: livesicilia.it

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Dieci milioni di italiani poveri, ma il Pd fa i favori alle banche

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Di MoVimento 5 Stelle

Gli italiani alle amministrative hanno dato un segnale di cambiamento: vogliono che si pensi ai loro interessi, non a quelli delle lobby e dei banchieri. Il Pd se ne frega e continua a fare favori alle banche ai danni dei cittadini, in questo caso dei piccoli imprenditori. Con un decreto vogliono consentire alle banche di espropriare più facilmente i capannoni e i beni delle piccole imprese italiane.

Prima era arrivato dal governo l’esproprio rapido forzato delle abitazioni dei cittadini che ritardano con le rate del mutuo. Ora lo stesso meccanismo si estende ai capannoni e agli asset strumentali delle aziende, prese per il collo dagli istituti che erogano loro dei prestiti.

Il governo costringe a occuparsi dell’ennesimo decreto a favore delle banche mentre nulla viene fatto per i dieci milioni di italiani in povertà. Non si potrà neppure discutere perché in commissione Finanze, alla Camera, stanno ghigliottinando i tempi di analisi degli emendamenti e si preparano ad azzerare le prerogative del Parlamento con l’ennesima fiducia che serve a coprire le schifezze contenute nel testo.

Basteranno nove mesi dopo tre rate non pagate e la banca potrà portarsi via il capannone: una vergogna che loro chiamano “patto marciano”. Inoltre, basterà un inadempimento che sarà deciso dalla banca nel contratto di finanziamento e l’istituto potrà anche prendersi macchinari, brevetti, scorte di magazzino o altri beni mobili non registrati dell’imprenditore. Uno scandalo che loro chiamano “pegno non possessorio”.

E’ così che si pensa di favorire il credito alle Pmi? Stringendo loro un cappio intorno al collo? Stiamo parlando di quelle stesse imprese che poi hanno enormi difficoltà a recuperare in tempi brevi i loro crediti (soprattutto verso la Pubblica Amministrazione).

Non faremo passare l’ennesimo regalo alle banche.

In più, oltre al danno per le attività economiche, ecco la beffa per i risparmiatori colpiti dal ‘salva-banchieri’: rimborsi automatici non per tutti gli obbligazionisti e solo fino all’80%. Gli altri? Dovranno ricorrere agli arbitrati dell’Anticorruzione di Cantone secondo una procedura che ancora nemmeno si conosce.

Il M5S continua a lavorare per i cittadini e le Pmi, il Pd pensa solo alle banche.

Ps: I consiglieri eletti del MoVimento 5 Stelle all’opposizione non accettano nessun incarico di giunta nè deleghe consiliari da parte dei sindaci eletti con altre forze politiche, ma voteranno le proposte di buon senso per la città da qualsiasi parte politica provengano.

Fonte: ilblogdellestelle.it

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Quanto può essere credibile chi, messo già alla prova, ha fallito?

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I politici vecchio stampo si impegnano, da sempre, nella ricerca di tutti i modi possibili per autoriciclarsi, tentando di ottenere spazi, visibilità o vantaggi in termini di poltrone e scranni.

Perseguendo tali scopi, si comprende che ai politicanti di mestiere il M5S deve fare davvero una grandissima paura sia per i principi secondo cui opera sia perché unica forza politica in grado di scardinare un sistema rivelatosi incapace di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. Si capisce perché il voto cosiddetto di protesta, che in passato veniva considerato negativamente, oggi è così spudoratamente ricercato. Si capiscono le ragioni delle recenti affermazioni dell’ex consigliere comunale nonché ex assessore Fabio Leonte la cui analisi, però, parte da presupposti errati.

Infatti il M5S si presenta agli elettori, che per primi lo hanno compreso, non come una ma come l’unica alternativa politica al vecchio sistema dei partiti inceppatosi da decenni, allontanatosi anni luce dalla gente e divenuto sempre più autoreferenziale.

Il M5S gode oggi di una credibilità conquistata con i fatti, gli elettori non lo scelgono per protesta ma perché lo ritengono migliore e attendibile.

Quale credibilità può avere, invece, come paladino della protesta o come ammistratore “competente” chi, avendo ricoperto ruoli di rilievo in consiliature e in amministrazioni passate, non è stato in grado di risollevare le sorti della città?

Quale credibilità può avere come novello politico chi oggi valuta la possibilità di una grande ammucchiata col Partito Democratico, col solo tentativo di rimanere a galla e di eliminare dai giochi il M5S, unico elemento dirompente del sistema, anziché proporsi come valida alternativa all’attuale schieramento politico che governa la città?

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Lavoro, M5S: ennesima conferma fallimento Jobs Act

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I dati sul lavoro del primo quadrimestre del 2016 confermano una volta di più le denunce del M5S: il Jobs Act è un fallimento totale e più di 12 miliardi di euro di incentivi per farlo funzionare sono stati gettati al vento, quando potevano essere utilizzati per finanziare gran parte del nostro reddito di cittadinanza” – lo sostiene la senatrice M5S Nunzia Catalfo, vicepresidente della commissione Lavoro.

“Nei primi quattro mesi dell’anno cala vistosamente il ritmo delle nuove assunzioni a tempo indeterminato, che si fermano a 432 mila, cioè il 35% in meno delle 666 mila del 2015, e meno anche delle 483 mila del primo quadrimestre 2014. Le assunzioni a tempo determinato sono invece stabili a 1,1 milioni, e salgono al 69% dei nuovi rapporti di lavoro. Cosa significa? Che gli incentivi del Governo hanno creato una bolla di occupazione nel 2015, sgonfiatasi appena sono stati ridotti dal 100% al 40% ad inizio 2016. Il Jobs Act sta gettando la maschera, lasciando spazio ai soliti contratti di lavoro precari e al fenomeno in crescita dei voucher, saliti a 43,7 milioni nei primi quattro mesi dell’anno, con un incremento del 43,1% sullo stesso periodo del 2015” – continua la senatrice.

“Se aggiungiamo che nel primo quadrimestre solo 97 mila dei 432 mila nuovi posti a tempo indeterminato riguardano lavoratori con meno di 29 anni, si può concludere che il Governo non sta rimediando nemmeno al terribile problema della disoccupazione giovanile. Uno spreco di soldi inaccettabile ha condotto ad un fallimento totale e prevedibile – conclude Catalfo.

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Il governo è alla frutta, il prestito pensionistico una follia

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“Il governo è proprio alla frutta. La proposta sul prestito pensionistico è una autentica follia. Non è possibile che una persona, dopo aver versato per 40 anni i propri contributi, debba chiedere un prestito in banca per poter andare in pensione” lo afferma la senatrice del M5s Nunzia Catalfo, vicepresidente della Commissione lavoro.

“Per il M5S la proposta del governo è vergognosa. L’ennesimo regalo alle banche ed alle assicurazioni travestito come unica soluzione per consentire la flessibilità in uscita – prosegue Catalfo -. Siamo davanti a un governo incapace ed in mala fede, che continua a pensare alle banche anziché ai cittadini. Bisogna riformare la legge Fornero e non difenderla come, invece, fa il governo – spiega -. Bisogna garantire la flessibilità in uscita per consentire il ricambio generazionale, ma pensando ai cittadini e non sicuramente all’interesse delle banche e delle assicurazioni” conclude la pentastellata.

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Il MoVimento 5 Stelle salva l’olio italiano

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di M5S Europa

Questa volta siamo riusciti a convincere la Commissione Europea. I burocrati non eletti hanno cercato di mettere fuori mercato molte varietà di olio italiano, appigliandosi a scuse banali come quella che i contenuti non rispettavano alcuni parametri decisi da Bruxelles a tavolino e in modo dissennato. Il tutto senza chiaramente tenere conto (come spesso accade) delle specificità ambientali dei territori di provenienza. A questo scempio è stato risposto con un’interrogazione del 26 novembre depositata al Parlamento Europeo e con l’attività dei portavoce M5S alla Camera. Prima ancora con la denuncia di diverse associazioni di categoria.

Lo scorso 21 aprile, infine, la delegazione del Movimento 5 Stelle in Europa ha deciso d’inviare una lettera ufficiale al commissario per l’agricoltura, l’Irlandese Phil Hogan. Gli è stato chiesto di modificare i limiti su tre acidi grassi – giudicati erroneamente nocivi – che avrebbero ucciso gran parte delle aziende olivicole del Sud Italia. La risposta si è fatta aspettare un mese, ma alla fine è arrivata (scaricala qui). Il finto tonto Hogan ha voluto garantire a noi e a tutti i cittadini italiani che i limiti dei tre acidi grassi saranno innalzati per non escludere dal mercato tutti gli extra-vergine ricavati da alcune varietà italiane, come l’extravergine calabrese Carolea o il pugliese Coratina. Una doppia soddisfazione è arrivata anche sulle tempistiche, perché il nuovo regolamento – sempre stando alle parole di Hogan – verrà applicato già dal prossimo raccolto. Un’anticipazione che consentirà agli agricoltori di non subire alcun danno economico nel prossimo raccolto.

Lo abbiamo già detto nel celebre caso dell’olio tunisino e continueremo a ripeterlo finché avremo voce: l’Europa deve tutelare il Made-In e non fare solo slogan. Le eccellenze italiane devono essere protette e coccolate nell’interesse prima nazionale e poi comunitario. Vittorie come queste sono l’esempio di cosa accade quando sono i cittadini a decidere, siano essi rappresentati dal M5S o da altre forze. Non siamo più disposti a subire ingiustizie e prese di posizione calate dall’alto di chissà quale scrivania di Bruxelles.

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