Non chiamatela più antipolitica

Comunque si giudichi Grillo e il suo movimento, questa è politica. Nuova nei temi, nei linguaggi, nelle forme, nei luoghi, nelle persone. Ed assai più genuina, o tale ha saputo apparire – come evidenzia il voto siciliano – di quella di larga parte della classe politica: di destra, di centro, e, purtroppo, di sinistra.

di Angelo d’Orsi 

Il termine “antipolitica” sebbene creato dagli studiosi, è diventato un comodo alibi per il ceto politico, la coperta sotto la quale nascondersi davanti alla denuncia delle sue manchevolezze, della corruzione, dell’assenza di senso dello Stato, del vero e proprio mercimonio da troppo tempo perpetrato del ruolo istituzionale al quale cittadini e cittadine inconsapevoli, o male informati, o ingenui, li hanno chiamati.

In buona sostanza, il termine viene usato per bollare con marchio d’infamia coloro che non ci stanno a prendere per buone le ricette del “Palazzo”, coloro che – volti nuovi, idee non sempre nuove, ma concrete, linguaggi più nuovi delle idee…– o se ne stanno fuori, non votando, non partecipando neppure da spettatori alle competizioni elettorali, oppure tentano di restituire la parola alla piazza, o se preferite, alla “gente”. Antipolitica il Movimento 5 Stelle? E perché mai? Perché denuncia e condanna in blocco la classe politica, ecco la risposta. Certo. Ma quel 53% di siciliani e siciliane che non si sono recati alle urne, ieri, non sono a loro volta alla stessa stregua “antipolitica”? Non è forse il loro distacco dalle cabine elettorali, un segnale di sfiducia radicale verso la classe politica? E non è, anche, delusione per le promesse non mantenute? E, infine, non è disillusione sulla stessa portata del loro voto? A che serve? – insomma, si chiede almeno una fetta di quei non elettori (ai quali va aggiunto anche il cospicuo numero di schede bianche o annullate). A che serve continuare a votare? “Sono tutti uguali”, “pensano solo al loro interesse personale”, “della Sicilia (o della nazione) non gliene frega niente…”.

La tentazione qualunquista, insomma, affiora, ma l’allontanamento, e anche il diniego di questa politica non significa automaticamente il rifiuto di ogni, qualsivoglia politica. Se qualcuno è in grado di offrirne una diversa, io credo che uomini e donne dell’Isola, ma più in generale del Paese, sarebbero pronti a ritornare al voto. Il Movimento 5 Stelle ha fatto esattamente questo, anche se, nella votazione per la Presidenza regionale, non è andato oltre un certo limite, sia pure assai alto, tanto da diventare improvvisamente, inaspettatamente (ma solo per qualcuno) la prima forza politica isolana. In attesa di diventarla, forse, a livello nazionale.

Perché, anche davanti all’astensione, il Movimento vince? Perché, innanzi tutto, Grillo ha saputo impersonare il ruolo del leader-capopopolo, ma informato, ossia in grado di parlare con cognizione di causa – benché non sempre in modo adeguato: ma lo sono i leader nazionali degli altri partiti, forse? – di cose che interessano all’elettorato. La prima novità è proprio questa. I temi: invece di fare discorsi astratti e fumosi, Grillo ha parlato di temi concretissimi, che concernono la quotidianità (dai trasporti all’inquinamento ambientale…), temi che hanno a che fare con la complessa problematica della sopravvivenza. La politica di Grillo è una (sacrosanta, bisogna precisare) politica “terra terra”, che riporta insomma il baricentro in basso, rispetto alle grandi discussioni ideologiche, ma affronta i problemi della vita delle persone: una politica della sopravvivenza (si pensi al tema dei rifiuti, dell’energia, dell’acqua,…).

E lo ha fatto cambiando anche il linguaggio: ne ha usato uno adeguato ai problemi, ossia elementare, diretto, spesso volgare, o persino scurrile. Si fa capire, insomma. Non usa il gergo stucchevole dei politici di professione. Né quello finto popolaresco e calcistico del Cavaliere. Ha un lessico basico di poche parole, che tutti sono in grado di intendere. E, qui sta la terza novità, la forma della sua comunicazione è spettacolare. Il guitto Grillo, pur trasformandosi in un leader politico, sa parlare con il corpo, con i movimenti del busto e del bacino, con le braccia, con la testa che scuote e agita al momento adatto. È rimasto, insomma, un uomo di spettacolo; di nuovo, però, non nel senso berlusconiano. Non è il set, del teatro di posa, ingessato e studiato nei dettagli: il suo è il teatro di strada. E in strada – ecco la grande ulteriore arma vincente – si è svolta la campagna di Grillo: ha rifiutato ostinatamente la televisione. Del resto da anni ripete: “La televisione è vecchia”. Al suo posto ha sostenuto la linea del web, ma, paradossalmente (e qui forse davvero nessuno se lo aspettava) ha aggiunto e per certi versi sostituito alla Rete – pur continuandola a usare come supporto della comunicazione – il rapporto diretto, immediato, con la cittadinanza. Come i vecchi politici ha girato in lungo e in largo il territorio nazionale, sfondando anche quella Linea Gotica che separa tuttora il CentroNord dal Mezzogiorno, terra più ostica ed estranea.

Ora, a quanto dicono gli esiti elettorali, ha saputo anche conquistare la riottosa terra di Sicilia, incuneandosi come irriducibile terzo fra destra e sinistra, una destra spappolata e confusa e una sinistra priva di appeal, che vince da un lato, con l’ottimo candidato Crocetta, e perde, dall’altro, alleandosi con forze che in Sicilia esprimono la conservazione più canonica. Tutti, ahinoi, all’insegna di un rifiuto della “politica ideologica”, quasi che fosse possibile avere una qualsiasi vera politica senza il sostegno di idee-forza, appunto le ideologie, che sono idee che hanno un ruolo pratico, mirano a tradursi in prassi.

Anche Grillo giudica destra e sinistra categorie obsolete (ed è in buona compagnia): ma sbaglia, come sbagliano tutti coloro che così la pensano. La sua forza, del resto, non risiede certo nel sostrato ideologico, ma nei contenuti, come dicevo, nel linguaggio (verbale e non) e nelle modalità con cui li porge. E vincente, si è altresì rivelata la scelta di associare piazza fisica a piazza virtuale: una grande agorà nella quale il M5S ha saputo parlare dei cittadini e coi cittadini. E, infine, l’ultimo punto di forza, è costituito dalle “facce nuove”, i signor nessuno che si sono affiancati a Grillo: un po’ di tutto, sociologicamente: “ceto medio riflessivo”, artigiani, commercianti, impiegati, studenti, insegnanti, e persino le ormai mosche bianche della sinistra: gli operai!

Dunque: una politica nuova nei temi, nei linguaggi, nelle forme, nei luoghi, nelle persone. Certo, c’è anche qui il lider maximo, che sospettare di scarsa propensione alla democrazia è ormai consueto, e, temo, non immotivato: ma ora che il movimento ha fatto il grande balzo, ora che punta al parlamento nazionale, dopo quello regionale, e i tanti piccoli comuni nei quali ha piazzato qualche suo rappresentante, ora si è arrivati al bivio decisivo. Se vuole essere davvero un movimento politico nazionale, deve “degrillizzarsi”, ma se lo fa rischia di perdere la sua forza attrattiva. Lo stesso leader, in un tranquillo (direi spento) messaggio video, seduto, davanti a una scrivania, sia pure disordinata, con alle spalle libri e oggetti consueti a uno studio, ha mostrato che se si “normalizza”, perde il carisma. Eppure se aspira a governare, se vuole davvero essere un movimento popolare, il 5 Stelle deve prendere quella strada. Una situazione dilemmatica, dalla quale o l’insipienza dei competitors politici, o l’estro del “capo”, forse potrà trovare una via di uscita.

Ma, per favore, smettiamolo di parlare di “antipolitica”. Questa, comunque si giudichi Grillo e il suo movimento, nelle idiosincrasie che riesce a scatenare, specie per la volgarità e talora l’insipienza, non esente qua e là da punte di razzismo e beceraggine, questa è politica. Ed è assai più genuina, o tale ha saputo apparire, di quella di larga parte della classe politica: di destra, di centro, e, ahimé, di sinistra.

(30 ottobre 2012)

Fonte: temi.repubblica.it/micromega-online

Share