#RosatellumIncostituzionale: se voti uno ne eleggi un altro

Rosatellum, il giurista Pellegrino: “Voti uno e eleggi un altro. Siamo all’apoteosi dei nominati”

da Il Fatto Quotidiano

È “l’imbroglio degli imbrogli“, un “autentico specchietto per le allodole“, “l’apoteosi dei nominati” anzi “siamo proprio al truffellum“, tanto per adeguarsi all’uso della desinenza del genere neutro latino che mai come nel caso del “Rosatellum” bis fu così distante dalla sostanza: Gianluigi Pellegrino, al telefono, è un fiume in piena. Il giurista salentino, figlio dell’ex presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi, coi suoi ricorsi anti-furbate ha messo nei guai politici del calibro del governatore della Campania, Vincenzo De Luca ma anche Berlusconi, Alemanno e Renata Polverini. A lui quel famigerato, per molti costituzionalisti, testo votato l’altro ieri alla Camera proprio non va giù.

A quale parte del disegno di legge, tra le tante contestate finora, si riferisce?

A quella in cui si dice che i voti dati e presi a favore del candidato al collegio uninominale si attribuiscono proporzionalmente alle liste a lui collegate.

Dov’è lo scandalo?

La truffa, vuole dire, sta nella ripartizione dei voti di chi non è stato eletto nell’uninominale tra i candidati nella lista bloccata: in pratica l’elettore crede di aver espresso la volontà di eleggere una persona mettendo una crocetta sul suo nome e invece vota qualcun altro. Non accade in nessun paese del mondo.

E se non si mette la crocetta sul partito?

Anche se per paradosso i simboli delle liste bloccate non li contrassegna nessuno la lista verrà comunque votata dagli elettori che hanno espresso la loro preferenza per il candidato nel collegio uninominale a essi collegati.

Per la prima volta nella storia io prendo i voti ma viene eletto qualcun altro, indicato dai partiti, giusto?

Il paradosso e l’inganno è proprio questo, la caratteristica dei sistemi elettorali basati sui collegi uninominali è il rapporto diretto tra elettore e candidato, i partiti cercano dei volti che abbiano un forte appeal sull’opinione pubblica per aumentare i consensi, ma con il Rosatellum il viso del votato si sfila dopo le elezioni e ne compare un altro: è l’apoteosi dei nominati.

Quale sarebbe la conseguenza dell’applicazione di questo sistema nei futuri collegi?

Le prossime elezioni saranno con ogni probabilità una gara tra minoranze: il 25-30% dei voti basterà a far eleggere il primo arrivato, il restante 75% non servirà a mandare in Parlamento i candidati che lo hanno raccolto ma a far scattare il seggio per i nomi della lista collegata; in questo modo gran parte degli elettori saranno derubati del loro voto e solo una piccola parte andrà a eleggere il vincitore.

Un’altra norma destinata a essere bocciata dalla Corte costituzionale?

È molto probabile. La volontà espressa dall’elettore non può essere così clamorosamente smentita, ci sono sistemi che implicano elezioni a catena, come per i sindaci, ma che io voto uno e si elegge l’altro è inaccettabile.

Si doveva allora andare a votare con il patchwork che ci hanno lasciato le pronunce della Consulta?

Si poteva applicare quanto ha stabilito la Corte costituzionale e il Consiglio d’Europa, che ci permette di mettere mano alle leggi elettorali anche a meno di un anno dalle elezioni, a patto che non si sconvolga l’impianto di fondo. L’ultima legge votata era stata l’Italicum che prevedeva un sistema maggioritario e il ballottaggio sul quale la Consulta non ha eccepito; la bocciatura ha riguardato invece la mancata fissazione di una soglia di partecipazione degli elettori al ballottaggio, sotto la quale non scatta il premio di maggioranza, bastava applicare quel sistema ed estenderlo all’altra Camera per evitare l’imbroglio degli imbrogli.

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Sciacca esclusa dai fondi europei (PSR). Altro che esperienza e competenza!

I fondi europei sono una grandissima opportunità sia per le aziende che per un territorio quindi gli sforzi degli amministratori devono, oggi più che mai, essere rivolti a intercettare e veicolare i vari strumenti finanziari. Il Programma di Sviluppo Rurale (PSR) Sicilia 2014-2020, che prevede risorse per 2.2 miliardi di euro, sarebbe potuto essere un valido strumento sviluppo per il territorio saccense, invece rappresenta l’ulteriore fallimento della nostra classe politica e l’ennesima occasione mancata per i cittadini, per le aziende e per il Comune.

Le misure del PSR sono rivolte a tutti i comuni siciliani in relazione alle aree rurali di riferimento e nella provincia di Agrigento tutti i comuni ricadono nelle macro-aree C e D (aree rurali intermedie o con problemi di sviluppo), a esclusione delle sole città di Sciacca e Agrigento. Tale circostanza permette ai primi di accedere in via esclusiva a molti bandi delle misure previste nel PSR e conseguentemente di avere garantite nuove e importanti opportunità di sviluppo.

Tecnici e contabili esperti, indirizzati da politici trasparenti e lungimiranti, avranno sicuramente identificato le macro-aree in maniera inequivocabile, utilizzando parametri certi e precisi, ma alcuni interrogativi noi saccensi ce li poniamo:

  • Com’è possibile che solo Sciacca sia rimasta nella macro-area B?
  • Come mai molti comuni agrigentini, tra i quali Menfi e Ribera, sono riusciti a transitare dalla macro-area B a quella C?
  • Quali battaglie hanno messo in campo i nostri amministratori per assicurare alle attività saccensi tutte le opportunità offerte dal PSR?

Siamo certi che a queste domande saranno date risposte che tenteranno di nascondere la drammatica realtà. Infatti, grazie all’impegno e alla caparbietà dei nostri amministratori uscenti, Sciacca, non solo non potrà avere accesso ai bandi, ma subirà anche la competizione dei Comuni limitrofi che si avvarranno delle opportunità del PSR.

Quando andremo al voto ricordiamoci che NESSUN saccense potrà chiedere un contributo con il PSR (per un B&B, per la diversificazione dell’attività̀ agricola, per un impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili), a differenza degli abitanti dei nostri comuni vicini.

Chi dobbiamo ringraziare? Noi lo sappiamo bene.

Questo, purtroppo, è uno dei tanti risultati ottenuti grazie “all’esperienza e alla competenza” della VECCHIA classe politica. MANDIAMOLI A CASA!

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Referendum: parla Maddalena, vicepresidente emerito Corte Costituzionale #IoDicoNo #IoVotoNo

Su Affaritaliani interviene Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Consulta. “Ecco tutti gli inganni della riforma costituzionale di Renzi”.

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1) LA COSTITUZIONE COME PATTO FONDANTE DELLA CONVIVENZA CIVILE DELLA COMUNITÀ

Il referendum sull’approvazione di una revisione costituzionale approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta richiede, come atto sovrano del popolo, un consenso largamente condiviso (si ricordi che la nostra Costituzione fu approvata con 453 voti a favore ve 62 contrari).  Si tratta di confermare o no le norme della convivenza civile di una Comunità nazionale e pertanto deve essere avulso dagli interessi particolari di singoli partiti e deve essere oggetto di uno spassionato giudizio del Popolo il quale deve accertare che la modifica è conforme agli interessi e ai diritti di tutti i cittadini e che siano fatti salvi i principi fondamentali e immodificabili della nostra Costituzione.
In sostanza, il referendum deve “unire” i cittadini e non dividerli su basi politiche, come erroneamente ha fatto (sia pur con contraddittorie smentite) il Presidente del Consiglio dei Ministri, facendo trasformare la consultazione referendaria, da un giudizio su un documento a carattere legislativo, in un giudizio su quanto deciso dal suo Esecutivo e dal suo Parlamento.
E si deve ricordare in proposito che quando si parlò per la prima volta di referendum popolare, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide de Gasperi, lasciò i banchi del Governo e andò a sedersi tra i parlamentari per sottolineare che il governo doveva ritirarsi quando la parola passava direttamente al popolo Sovrano. Ed è altresì da ricordare che Calamandrei sottolineò che nella nostra Costituzione “c’è tutta la nostra storia… tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie”, disse insomma che una modifica costituzionale non può essere affrontata a cuor leggero, ma con la consapevolezza di compiere un atto di altissimo valore etico e giuridico.
Fatto estremamente grave è che questa revisione stravolge la vigente Costituzione (cosa che potrebbe fare solo una nuova assemblea costituente) superando i limiti imposti dalla procedura di revisione costituzionale previsti dall’art. 138 Cost.

2)  GLI INGANNI DELLA REVISIONE COSTITUZIONALE: A CHI GIOVA?

Primo inganno: la forma del quesito referendario

I cittadini, dunque, devono innanzitutto conoscere bene il contenuto della revisione costituzionale e chiedersi, nel contempo, quali sono gli effetti pratici di questa revisione sulla nostra vita politica economica e sociale. La domanda di fondo, in sostanza, deve essere chiara e univoca: occorre in conclusione chiedersi: “quali sono i fini della riforma? E questa riforma a chi giova”?

Purtroppo c’è da rilevare che questa revisione costituzionale è piena di menzogne e di inganni dai quali i cittadini devono difendersi.

Il primo inganno è già nella formulazione del quesito referendario proposto dal governo, che è di questo tenore: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della Parte seconda della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”. E’ una domanda tautologica, assolutamente ingannevole e, per giunta, contraria a quanto dispone l’art. 16 della legge n. 352 del 25 maggio 1970.
La domanda è tautologica, perché chiunque risponderebbe sì; è ingannevole, poiché molti aspetti contenuti nella revisione (votazione con pochi voti del Presidente della Repubblica, svuotamento del valore del Senato e altri ancora non sono contenuti nella domanda; è illegittima, perché contraria all’art. 16 della nota legge del 1970, in quanto non riporta gli articoli della Costituzione riformati e utilizza il sistema di indicazione, peraltro riassuntiva, del solo titolo della legge, previsto per l’introduzione di norme nuove nella Costituzione, e non, come nel caso in esame, per la modifica di norme già esistenti.

Secondo inganno: la riduzione dei costi

Le giustificazioni apportate dalla propaganda governativa per l’approvazione della revisione sono poi sostanzialmente mendaci. E’ assurdo pensare che la riforma sia motivata da una riduzione dei costi. Innanzitutto non si capisce come una riduzione dei costi possa riguardare l’Organo di massima espressione della democrazia rappresentativa e cioè il Senato. Comunque, come ha dimostrato la Ragioneria Generale dello Stato, il risparmio non è affatto di 500 milioni di euro, come affermato dalla Ministra Boschi, ma di 51 milioni di euro, una cifra irrisoria specie se rapportata all’effetto che produce: una diminuzione, come si è appena detto, della rappresentanza politica a uno dei suoi maggiori livelli.

Terzo inganno: la maggiore efficienza legislativa

Mendace è anche l’affermazione secondo la quale la trasformazione del Senato, ridotto a cento senatori nominati (non si sa ancora da chi) e scelti (a parte i 5 nominati dal Presidente della Repubblica) tra i consiglieri regionali e i sindaci, ridurrebbe i tempi per l’approvazione delle leggi. Infatti, sono previste molte materie nelle quali Camera e Senato devono votare entrambi, ma con procedure diverse: alcuni costituzionalisti parlano di 12 procedure, altri di 6, altri infine di 4. Comunque, il Senato può sempre chiedere di intervenire sulle leggi in corso di approvazione da parte della Camera dei deputati e forte è il pericolo di contrasto di vedute. Per i casi di diversità di vedute, la legge costituzionale di revisione parla di un accordo tra il Presidente della Camera e il Presidente del Senato. Ma se questo accordo (come è molto prevedibile) non si raggiunge, come si definisce la controversia? Sarà necessario ricorrere alla Corte costituzionale con un allungamento dei tempi di almeno un anno.

Quarto inganno: il “cambiamento” necessario al Paese

Ancor maggiormente e profondamente mendace è l’affermazione secondo la quale questa modifica costituzionale servirebbe per cambiare la situazione di stallo in cui si trova la nostra società. E’ esatto l’inverso, poiché questa riforma, come presto vedremo, serve per “mantenere” lo status quo”, non per “cambiarlo”.

3) IL CONTENUTO REALE DELLE MODIFICHE APPORTATE ALLA COSTITUZIONE VIGENTE DALLA RIFORMA.

Ciò premesso e venendo alla valutazione del testo che è sottoposto al nostro esame referendario, si dovrebbe dire che, a parte gli innumerevoli errori e contraddizioni che esso contiene, sono tre le reali modifiche che esso, considerato nel suo complesso, apporta alla Costituzione vigente: l’accentramento dei poteri nell’esecutivo; la trasformazione del Senato in una camera di rango inferiore alla Camera dei deputati; l’annientamento (ed è questa la modifica più rilevante) della garanzia costituzionale della revisione costituzionale prevista dall’art. 138 della Costituzione. Ed è da tener presente che la modifica del Senato è espressa a chiare lettere, mentre le altre due modificazioni sono il frutto nascosto di modifiche che hanno oggetti diversi.

L’accentramento dei poteri nell’Esecutivo

Il Presidente del Consiglio afferma, in ogni occasione di confronto, che egli non ha toccato i poteri che già gli spettano ai sensi della vigente Costituzione. E’ vero. Ma bisogna aggiungere che se è vero che non ha toccato gli attuali poteri, egli, con la sua modifica costituzionale, ha modificato tutti i “contrappesi” all’Esecutivo che la vigente Costituzione ha previsto. E cioè ha diminuito i poteri e il valore “rappresentativo” del Parlamento (il Senato è diventato un fantoccio di se stesso), mentre i capilista candidati alla Camera dei deputati sono direttamente nominati dai partiti; ha sminuito il prestigio del Presidente della Repubblica, che, dopo la settima votazione, essendo la maggioranza di 466 deputati, può essere eletto anche solo da 220 deputati; ha inciso negativamente sulla formazione della Corte costituzionale, due giudici della quale sono eletti dal Senato, e cioè da consiglieri regionali o sindaci, (probabili giudici essi stessi) e così via dicendo.

Il nuovo Senato “delle autonomie”

Quanto al Senato, basta leggere il testo della riforma per capire in quale disastro siamo precipitati. La “rappresentanza popolare” è stata completamente abolita, poiché i Senatori sono tutti “nominati”. Il bacino di persone tra le quali devono essere scelti i senatori, è costituito, come si è detto, da consiglieri regionali e sindaci il cui “profilo professionale”, per così dire, è l’opposto di quello che immagina la generalità dei cittadini per la figura del “Senatore”.
La nomina di questi, peraltro, si presta a trattative di ogni tipo e ingenera dubbi sulla opportunità delle scelte. E le critiche, lo si creda, potrebbero continuare all’infinito.

L’annientamento della garanzia costituzionale della revisione costituzionale

Infine la implicita riforma dell’art. 138 è il cavallo di Troia per mezzo del quale diventa facile e persino molto probabile la modifica anche della parte prima della Costituzione, quella riguardante i diritti fondamentali del cittadino, il diritto alla salute, il diritto all’ambiente, il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione, e così via dicendo. Infatti, una volta stabilito che non ci sono più due Camere di pari rango, ma una Camera dei deputati e un Senato, la cui formazione non garantisce la presenza in quell’Organo di soggetti effettivamente dotati delle caratteristiche professionali proprie del Senatore, e una volta stabilito che, con l’attuale legge elettorale, può ottenere la maggioranza alla Camera dei deputati, a seguito di ballottaggio, anche il 20 o 25 per cento dei votanti (il che equivale al 12 per cento circa degli aventi diritto), ne consegue che, con il favore di una minima schiera di elettori, il Governo può proporre e ottenere dal Parlamento la modifica dell’intera Carta costituzionale. E’ questo un fatto di una tale gravità che basta da sola a convincere chiunque a votare NO a questo referendum.

4) I MANDANTI DI QUESTA REVISIONE COSTITUZIONALE

C’è da chiedersi, a questo punto, a cosa serve e a chi giova questa modifica costituzionale.
La risposta viene dai diretti interessati, e cioè da un documento di 16 pagine datato 28 maggio 2013 della J.P. Morgan, la quale ha affermato che “i sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate a seguito della caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”. Insomma, secondo la J.P. Morgan “i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature e sono rimaste segnate da quella esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti della sinistra dopo la sconfitta del fascismo”. Continua così la J.P. Morgan “i sistemi politici e istituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle Regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” (traduzione da http://culturalibertà.wordpress.com/).
In altri termini, sarebbe da condividere quanto hanno fatto i Governi Berlusconi, che ha eseguito il programma della P2, Monti, Governo che ha applicato alla lettera le prescrizioni della “troica” e in particolare della Goldman Sachs e Renzi, Governo che, con lo Sblocca Italia, Il Jobs Act, la Nuova scuola e la Riforma della pubblica amministrazione, è venuto incontro alle esigenze della finanza internazionale, sminuendo, e talora annullando, il diritto al lavoro, il diritto alla salute e soprattutto il diritto all’ambiente.
L’ultimo ostacolo alla libera affermazione degli interessi della finanza è costituito dalla vigente Costituzione repubblicana ed è per questo che l’attuale Presidente del Consiglio tiene tanto all’approvazione della “sua” revisione costituzionale.

5) LA GRAVITA’ DELLA SITUAZIONE

Il discorso, come si nota, è a questo punto molto più grave di quello che si vuole fare apparire: si tratta di scegliere, non tra una formulazione o un’altra delle norme costituzionali, ma tra due diverse idee di democrazia, tra due sistemi economici e politici diversi e più propriamente tra il sistema “keynesiano” (presupposto dalla vigente Costituzione), che ci ha assicurato trenta anni di benessere nel secondo dopoguerra, e il sistema “neoliberista”, che dagli inizi degli anni ottanta si sta subdolamente infiltrando nella nostra legislazione democratica, fini al punto di chiedere oggi una sostanziale modifica della Costituzione.

Sistema keynesiano e sistema neoliberista

Si tenga presente che il neoliberismo agisce sottilmente con attendismo e senza proclamazioni di principi. Esso tenta, in buona sostanza a sostituire al principio costituzionale della difesa della dignità della “persona umana” il principio del “massimo profitto” degli speculatori finanziari, ritenendo, erroneamente, che “l’accentramento” della ricchezza e quindi l’annientamento della circolazione monetaria sia un bene da perseguire. In sostanza esso vuole l’arricchimento di pochi e l’immiserimento di tutti gli altri.
Al contrario il sistema keynesiano, al quale si ispirò Roosevelt per la soluzione della prima grave depressione degli anni trenta, punta sulla “redistribuzione” della ricchezza, spargendo su una larga fascia di lavoratori la ricchezza disponibile, in modo che questi vadano ai negozi, i negozi chiedano alle imprese, le imprese assumano e producano, realizzando così un circolo virtuoso nel funzionamento dell’economia reale.
Il voto referendario, dunque, è la scelta tra due sistemi di vita: mantenere il nuovo tipo di società, in larga parte già attuato in modo subdolo e nascosto, offrendo ad esso anche la tutela costituzionale, oppure tornare all’economia keynesiana, che ha ampiamente dimostrato di essere l’unico sistema economico conforme a natura e foriero di benessere per tutti.

L’adeguamento della Costituzione alla volontà della finanza

Qui non si tratta di adeguare la Costituzione formale (la nostra Costituzione repubblicana) ad una Costituzione “materiale” che si sarebbe già affermata. Qui si tratta di piegare la Costituzione vigente alla volontà prepotente della finanza che agisce nell’oscurità e ottiene l’asservimento proditorio della politica e vuole imporre dal di fuori una nuova Costituzione.
La Costituzione materiale infatti presuppone che la generalità dei cittadini abbia espresso con i suoi comportamenti una nuova “opinio iuris ac necessitatis”, un nuovo modo di regolamentare le cose e i rapporti tra i cittadini. Ma quale cittadino ha mai condiviso questo sistema che ha portato a una disoccupazione insopportabile, alla chiusura delle grandi reti di distribuzione, alla privatizzazione delle banche pubbliche e delle industrie pubbliche, alla chiusura delle industrie private e dei numerosi capannoni disseminati in tutta Italia, alla svendita delle isole, delle montagne, dei migliori tratti di costa, dei monumenti artistici e storici di valore inestimabile, alla svendita dell’intero territorio, demani compresi, alla recessione, e a una miseria senza nessuna possibilità di ripresa?
Si badi bene che questo nuovo sistema economico e sociale, nel quale è già caduta irrimediabilmente la Grecia (della quale nessuno più parla) è stato subdolamente attuato con leggi del nostro Stato approvate da politici asserviti alla finanza in modo disorganico, facendo credere che si trattasse di norme di settore, ma che invece sono attuazione di un ben preciso e studiato sistema che ci ha portati tutti alla rovina.

Le tre fasi della strategia neoliberista

Per convincersene, è sufficiente pensare che Il sistema suggerito dalla finanza, e attuato dai nostri politici di turno, passa attraverso tre fasi, accuratamente previste e realizzate nei momenti più opportuni.

La prima fase consiste nella creazione del danaro dal nulla, attraverso la “cartolarizzazione dei diritti di credito”, la “cartolarizzazione degli immobili da vendere”, i “derivati” e altre numerose forme di “prodotti finanziari”, i quali hanno tutti la caratteristica di trasformare in danaro contante delle semplici “scommesse” sul pagamento di debiti o sulla riuscita di determinate operazioni, o addirittura sul verificarsi di imponderabili avvenimenti futuri. Un vero e proprio gioco d’azzardo, con la differenza, però, che la trasformazione di queste scommesse in “titoli commerciabili”, immediatamente vendibili sul mercato ha l’effetto di trasferire sulla Collettività le probabili perdite degli scommettitori. Se vinco, il premio è mio, se perdo i guai sono tuoi (si pensi al Monte dei Paschi di Siena e simili, nonché al “bail in” dell’Unione Europea). Si tenga presente che secondo una statistica del 2010, i derivati erano in totale 1,2 quadrilioni di dollari, venti volte il Pil di tutti gli stati del mondo.

La seconda fase consiste nel far penetrare nell’immaginario collettivo l’idea che la “privatizzazione” dei beni e dei fattori produttivi nazionali, nonché dei servizi pubblici essenziali, sia una cosa benefica per la Collettività. Altro immenso inganno che serve a renderci schiavi delle grandi imprese straniere, che rendono servizi scadenti e funzionano come fonti aspiranti della nostra ricchezza. Possiamo dire che oggi, dopo aver venduto ai privati le banche pubbliche e le industrie di Stato, dopo che abbiamo venduto agli stranieri le migliori industrie private, da quelle meccaniche a quelle alberghiere, siamo davvero diventati poveri, non produciamo più nulla e stiamo vivendo sulla svendita del nostro capitale.

E’ questa la terza fase escogitata dalla finanza per arricchirsi ai nostri danni. Dopo aver inventato con un colpo di genio la “finanza creativa”, dopo aver spinto il nostro Paese alle micidiali “privatizzazioni”, il terzo punto è “l’appropriazione” dei nostri beni reali con l’utilizzo prevalente di quel danaro fittizio che la finanza stessa ha creato dal nulla.
E nessuno può negare che il metodo dell’austerità e del pareggio di bilancio impostoci dall’Europa, ci spinge inevitabilmente a svendere tutto quello che possiamo. In sostanza siamo passati da una economia produttiva, il cui percorso era “finanza (investimento) – prodotto (occupazione e creazione di beni reali) – finanza (profitto dell’imprenditore)”, ad una economia predatoria, il cui percorso è “finanza – finanza (prodotti finanziari) – accaparramento dei beni reali esistenti”. Dunque, nessuna possibilità di occupazione e nessuna possibilità di produrre beni reali. Tutto l’esistente viene portato nelle mani di pochi e tutti gli altri sono sospinti nella più nera miseria.

6) L’ESITO DEL REFERENDUM SCEGLIERÀ IL NOSTRO PROSSIMO DESTINO

Dunque, il prossimo referendum ha molto a che fare con il nostro prossimo destino. Non è dubbio che siamo chiamati a scegliere tra due sistemi economici e politici, il sistema keynesiano che pone al centro il valore della “persona umana” e il “lavoratore” e il “neoliberismo”, che pone al centro il “massimo profitto individuale”. La nostra Costituzione repubblicana è stata scritta presupponendo il primo tipo di società. La riforma costituzionale di Renzi vuole legittimare costituzionalmente quanto si è già realizzato per la creazione del secondo tipo di società, e vuole togliere  ogni ostacolo alla realizzazione di una società nella quale la sovranità spetta, non più ai Popoli, ma al mercato “globalizzato”, che decide, non razionalmente per il bene dei Popoli, ma irrazionalmente per l’interesse individuale, attraverso il gioco e la scommessa, e disinteressandosi di quanto accade sulla generalità degli uomini. Questa volta non si tratta di un puro e semplice referendum, ma di una scelta epocale, che potrebbe annullare lo stesso concetto di “comunità” e riportarci all’uomo branco di diecimila anni fa.

I trattati transatlantici

E che in ciò si concreti l’aspirazione della finanza è dimostrata, non solo dall’appoggio che la riforma costituzionale ha ottenuto dalla stampa americana e dalla Governo tedesco, ma anche e soprattutto dal fatto che il Parlamento europeo è in procinto di firmare due Trattati internazionali, entrambi appoggiati senza riserve dal Governo italiano: uno con gli USA, il Trattato transatlantico, detto TTIP, e l’altro con il Canada, detto CETA, i quali tendono a superare il principio di precauzione vigente in Europa, secondo il quale non è possibile vendere merci se prima non si prova la loro “non dannosità”, principio ignorato in USA e nel Canada. Il contenuto di questi due Trattati, discussi in grande segretezza (secondo i principi del neoliberismo), consiste nel porre al di sopra delle Costituzioni europee una formula secondo la quale la libertà degli investitori e dei commercianti USA e canadesi è inviolabile e se questi incontrano limiti nei loro investimenti e nei loro commerci a causa di misure legislative poste dagli Stati a tutela della salute, dell’ambiente o di altri diritti dei cittadini, i predetti investitori o commercianti hanno diritto a un risarcimento del danno, determinato da un arbitro nominato da loro stessi.

Non è chi non veda come la nostra revisione costituzionale sia perfettamente in linea con questi principi. Votarla significa distruggere per sempre il nostro futuro.

Paolo Maddalena
Vice presidente emerito Corte Costituzionale

Fonte: affaritaliani.it

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Crocetta finge o non ha compreso. Per i siciliani l’accordo è un disastro

Il governatore ha usato toni trionfalistici dopo l’intesa sui 500 milioni, ha ignorato l’Ars e ha nascosto le pesanti rinunce della Sicilia.

Crocetta-Faraone-Renzi

Di Accursio Sabella

Ha esultato, brindato e utilizzato i soliti toni trionfalistici per descrivere la firma dell’accordo a Palazzo Chigi che ha dato il via libera ai 500 milioni ancora bloccati nella finanziaria regionale. E proprio quei toni, quell’entusiamo di Rosario Crocetta suggeriscono dubbi e interrogativi. Due, in particolare. Il bivio di questa vicenda è tutto lì: il presidente della Regione non si è accorto, ha ignorato, sottovalutato alcuni passaggi di quell’intesa o, semplicemente, in piena consapevolezza ha rifilato un “pacco” ai siciliani? Oltre questa biforcazione non c’è nulla. Non c’è una terza strada possibile, a guardar bene i termini dell’accordo. Che ha, sostanzialmente, riconosciuto alla Sicilia il diritto ad avere soldi propri, ma solo a condizione di buttare nel cestino un bel pezzo di autonomia, di considerare il parlamento come una sorta di ufficio protocollo e soprattutto di costringere i siciliani a tagli sanguinosi nei prossimi anni.

E allora, questo trionfalismo? Il presidente della Regione, insomma, ha compreso di avere rinunciato ai ricorsi contro lo Stato dinanzi alla Corte costituzionale? Si è reso conto, ad esempio, di aver rinunciato persino a quelli già vinti? E di aver detto addio alle possibili, future vittorie scaturenti da cause in corso?

La rinucia ai contenziosi

Nei giorni scorsi, per fare un esempio, il governo Renzi ha riconosciuto alla Valle d’Aosta un trasferimento di 70 milioni di euro per le accise impropriamente incamerate dallo Stato. Stiamo parlando di una Regione a Statuto speciale, ma di 120 mila abitanti o poco più. Quella sentenza che ha portato al riconoscimento dei 70 milioni, riguardava anche la Sicilia. Ma per l’Isola gli effetti sono stati già neutralizzati dalla prima scelta di Crocetta di rinunciare ai contenziosi: quella del giugno del 2014. Una storia assai simile a quella recente. “La Regione si impegna a ritirare, entro il 30 giugno 2014, – questo il testo del vecchio accordo – tutti i ricorsi contro lo Stato pendenti dinnanzi alle diverse giurisdizioni relativi alle impugnative di leggi o di atti conseguenziali in materia di finanza pubblica, promossi prima del presente accordo, o, comunque, a rinunciare per gli anni 2014-2017 agli effetti positivi sia in termini di saldo netto da finanziare che in termini di indebitamento netto che dovessero derivare da eventuali pronunce di accoglimento”. Passa meno di un anno e la Consulta riconosce alla Sicilia e alle altre Regioni a Statuto speciale il diritto a incassare le entrate relative alle accise sull’energia. Somme che invece, dal 2012, col decreto “Cresci Italia” il governo romano aveva avocato a sé. Per un totale, in questo caso, di 235 milioni annui per le Regioni interessate. La quota annuale spettante alla Sicilia si aggirava intorno ai 73 milioni di euro, da moltiplicare per sei anni. E sono già oltre 400 milioni. Quasi equivalenti alla cifra liberata trionfalmente due giorni fa.

Quei soldi erano già della Sicilia

È, quello, solo uno degli esempi di pronunce della Corte costituzionale a favore dell’Isola. Lo Consulta lo ha fatto per otto volte negli ultimi due anni e mezzo. Ma a quelle “vittorie” non è seguito nulla. Nessun introito per l’Isola, proprio a causa di quell’accordo. E adesso, Crocetta ci è ricascato. Nonostante persino la Corte dei conti, che non ha mai risparmiato critiche alla gestione finanziaria del governo regionale, avesse segnalato lo squilibrio dei rapporti tra Stato centrale e Regione siciliana. “Nel corso del 2014, – annotava un anno fa il procuratore generale d’Appello Diana Calaciura – la Struttura di gestione dell’Agenzia delle entrate ha ‘trattenuto’ le entrate riscosse nella Regione per complessivi 585,5 milioni di euro, riversandole direttamente al bilancio dello Stato a titolo di accantonamenti tributari e, per di più, in assenza di qualsiasi comunicazione formale alla Regione”. Lo Stato si era “preso” già 585 milioni che spettavano alla Regione. Più o meno gli stessi soldi ai quali Crocetta ha brindato nei giorni scorsi. “Ancora una volta, – sottolineavano le Sezioni riunite della Corte dei conti – in un momento di affanno finanziario per i conti della Regione siciliana, somme statutariamente spettanti non vengono erogate dai competenti organi statali”. E non manca proprio un passaggio sulla rinuncia del presidente della Regione ai contenziosi con lo Stato e alla sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto il diritto della Sicilia a trattenere le somme legate all’aumento delle accise su energia e carburanti fin dal 2011. Soldi che, almeno per gli anni precedenti alla firma dell’accordo, dovevano essere risconosciuti alla Sicilia: “La disposizione dichiarata costituzionalmente illegittima – spiegano i giudici contabili – risale al 2011, appare evidente che, laddove le entrate spettanti fossero state prontamente restituite alla Regione, quest’ultima avrebbe potuto utilizzarle, nell’ambito della propria autonomia statutaria”. Soldi della Sicilia, quindi, che lo Stato non ha mai restituito: una parte a causa della rinuncia di Crocetta, dall’altra per una scelta volontaria del governo centrale, censurata dai magistrati contabili.

Le rinunce di Crocetta e dei siciliani

Per assicurarsi i “nuovi” cinquecento milioni, poi, Crocetta ha “condannato” la Sicilia a tagli pari a oltre 400 milioni l’anno per i prossimi anni, al recepimento acritico di alcune riforme statali, alla riduzione delle spese per il personale, persino a ignorare il voto dell’Assemblea regionale che aveva impegnato il governo a ritirare la rinuncia ai contenziosi del 2014. E invece, il governatore non solo non ha ritirato quella rinuncia, ma ne ha presentata un’altra, persino “preventiva” sulle cause che la Regione potrà vincere in futuro.

E allora, a quali soldi deve brindare la Sicilia? Visto che Crocetta, dopo quelle rinunce dannose ha deciso di arrendersi pure in vista delle prossime pronunce? E a chiederlo sono esponenti di settori assai diversi. Oltre, ovviamente, alle forze di opposizione, come Forza Italia, ecco l’affondo della Cgil: “Le dichiarazioni del Presidente Crocetta sull’accordo Stato-Regione – ha detto il segretario regionale Michele Pagliaro – trasudano di un trionfalismo non giustificato, considerando le reali conseguenze che avrà e soprattutto le contropartite che sono state fornite che comporteranno per i prossimi 4 anni tagli per 500 milioni l’anno”. Non solo un problema di tagli, poi: “Questo accordo – prosegue Pagliaro – sancisce di fatto la cancellazione dell’Autonomia e fa specie il fatto che il Parlamento siciliano non proferisca in merito parola” Quanto alle contropartite dell’accordo, il segretario della Cgil rileva che “c’è la riduzione del 3% ogni anno della spesa corrente (esclusa sanità) dal 2017 al 2020; l’ulteriore riduzione della spesa per il pubblico impiego; l’ adozione dei fabbisogni standard per i comuni; l’applicazione totale delle leggi Delrio e Madia”. “Quelle – ribadisce il deputato alla Camera di Sinistra Italiana, Erasmo Palazzotto – sono somme dovute e non nuove risorse, frutto della rimodulazione di fondi che già spettavano alla Sicilia, come le mancate entrate Irpef. C’è quindi poco da festeggiare adesso vedremo se Crocetta e la sua litigiosa maggioranza sapranno far fruttare lo scongelamento di questi fondi, attesi per un anno”.

In pratica i citati tagli di 500 milioni l’anno per i prossimi 4 anni. E così, ecco arrivare anche le critiche dei movimenti autonomisti-sicilianisti, come quello di Sicilia Nazione, che parla di “circonvenzione di incapaci politici”. “Renzi obbliga l’imbelle Crocetta – prosegue la nota – a firmare un ulteriore accordo che condanna la Sicilia all’asfissia finanziaria. Dopo quello del 2014 che costò alle casse siciliane oltre 5 miliardi, Crocetta fa il bis rinunciando ancora una volta ai contenziosi con lo Stato e agli altri diritti previsti dallo Statuto. Si tratta di un raggiro che costa alla Regione Siciliana almeno altri 8 miliardi, e che in più determina anche una forte riduzione di quello che per Statuto toccherebbe alla nostra isola. Siamo di fronte al tradimento e al totale azzeramento dell’Autonomia, avvenuto senza neanche coinvolgere il Parlamento siciliano che a questo punto assume, insieme alla Commissione Paritetica, il triste ruolo di passacarte”. Pare che oggi Crocetta incontrerà Ardizzone per spiegare i termini dell’accordo. Ma il bivio è sempre lì: Crocetta illustrerà un accordo che non ha compreso del tutto, o si presenterà al parlamento siciliano, ancora una volta ignorato, per una sorta di recita, che somiglia a una beffa, se non a un raggiro? Una terza via non c’è.

Fonte: livesicilia.it

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Dieci milioni di italiani poveri, ma il Pd fa i favori alle banche

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Di MoVimento 5 Stelle

Gli italiani alle amministrative hanno dato un segnale di cambiamento: vogliono che si pensi ai loro interessi, non a quelli delle lobby e dei banchieri. Il Pd se ne frega e continua a fare favori alle banche ai danni dei cittadini, in questo caso dei piccoli imprenditori. Con un decreto vogliono consentire alle banche di espropriare più facilmente i capannoni e i beni delle piccole imprese italiane.

Prima era arrivato dal governo l’esproprio rapido forzato delle abitazioni dei cittadini che ritardano con le rate del mutuo. Ora lo stesso meccanismo si estende ai capannoni e agli asset strumentali delle aziende, prese per il collo dagli istituti che erogano loro dei prestiti.

Il governo costringe a occuparsi dell’ennesimo decreto a favore delle banche mentre nulla viene fatto per i dieci milioni di italiani in povertà. Non si potrà neppure discutere perché in commissione Finanze, alla Camera, stanno ghigliottinando i tempi di analisi degli emendamenti e si preparano ad azzerare le prerogative del Parlamento con l’ennesima fiducia che serve a coprire le schifezze contenute nel testo.

Basteranno nove mesi dopo tre rate non pagate e la banca potrà portarsi via il capannone: una vergogna che loro chiamano “patto marciano”. Inoltre, basterà un inadempimento che sarà deciso dalla banca nel contratto di finanziamento e l’istituto potrà anche prendersi macchinari, brevetti, scorte di magazzino o altri beni mobili non registrati dell’imprenditore. Uno scandalo che loro chiamano “pegno non possessorio”.

E’ così che si pensa di favorire il credito alle Pmi? Stringendo loro un cappio intorno al collo? Stiamo parlando di quelle stesse imprese che poi hanno enormi difficoltà a recuperare in tempi brevi i loro crediti (soprattutto verso la Pubblica Amministrazione).

Non faremo passare l’ennesimo regalo alle banche.

In più, oltre al danno per le attività economiche, ecco la beffa per i risparmiatori colpiti dal ‘salva-banchieri’: rimborsi automatici non per tutti gli obbligazionisti e solo fino all’80%. Gli altri? Dovranno ricorrere agli arbitrati dell’Anticorruzione di Cantone secondo una procedura che ancora nemmeno si conosce.

Il M5S continua a lavorare per i cittadini e le Pmi, il Pd pensa solo alle banche.

Ps: I consiglieri eletti del MoVimento 5 Stelle all’opposizione non accettano nessun incarico di giunta nè deleghe consiliari da parte dei sindaci eletti con altre forze politiche, ma voteranno le proposte di buon senso per la città da qualsiasi parte politica provengano.

Fonte: ilblogdellestelle.it

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M5S: “Viadotto Himera agibile da tempo. Ora risarcimenti per le aziende”

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“La riapertura della carreggiata sul ponte Himera è la prova che quello che dicevamo da sempre era corretto. Il tratto autostradale era agibile, ne andava testata subito la staticità, dopo aver abbattuto la carreggiata collassata. Chi ha sbagliato paghi e, soprattutto, risarcisca le imprese siciliane per gli enormi danni subiti inutilmente”. Attacca a testa bassa il M5s all’Ars dopo l’annuncio di Renzi per una cosa di cui “dovrebbe vergognarsi” e che, “evidentemente, non conosce nemmeno a grandi linee”.

“Non si spiegano altrimenti – dice il deputato Giancarlo Cancelleri – le fantomatiche 4 corsie che, in Sicilia, esistono solo nella sua testa, assieme al Gottardo italiano. La corsa ad infinocchiare gli italiani è uno sport che il premier pratica con costanza ed abnegazione, ma non sempre è destinata a regalare soddisfazioni. Quando si corre troppo i capitomboli sono dietro l’angolo. E questo siciliano, mi sa tanto, che sarà molto rovinoso. Oltre al danno dell’ignavia e dell’imperizia, i siciliani non possono tollerare la beffa della presa per i fondelli”.

Per questo Il M5s metterà al lavoro il suo staff legale, che cercherà di capire chi e come dovrà risarcire le imprese e la Sicilia per “danni gravissimi, ma in gran parte evitabili”. “I tempi impiegati per mettere una pezza a questo sfacelo – dice il deputato Stefano Zito – sono ingiustificabili e questo ha gonfiato le perdite e i danni alle imprese e alla Sicilia. I test sulla carreggiata andavano fatti subito dopo l’abbattimento della carreggiata danneggiata,cosa che andava pure nettamente anticipata rispetto ai tempi inaccettabili tenuti. Lo abbiamo sempre detto”.

A suffragare i suggerimenti del M5s era stata anche l’Università di Palermo e in particolare il professore Vincenzo Liguori, docente della facoltà di ingegneria che, come lui stesso ha affermato, si era messo a disposizione per le prove di staticità, ma senza successo: “Siamo stati ignorati”, ha detto il professore. Per cercare di “ricucire” in temi brevi la Sicilia Il M5S regionale, in collaborazione con alcuni deputati nazionali e alcuni professionisti del meetup di Caltanissetta, aveva redatto anche un dettagliato progetto riconosciuto dall’università di Palermo migliore rispetto a quello statale, ma anche questo era stato ignorato

“Tutto questo – chiosa Cancelleri -non può passare sotto silenzio. Andremo a fondo. Siamo in attesa ancora di capire chi dovrà pagare anche per quanto accaduto. Ricordiamo inoltre che sul fronte frana, cosa che ha causato tutto ciò, non è stato fatto praticamente nulla”.

Fonte: livesicilia.it

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Ars, dove “le interrogazioni non servono a nulla”

La denuncia del M5S.

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Interrogazioni? Stiamo pensando seriamente di non presentarne più, le risposte sono spessissimo inutili, aleatorie o addirittura assurde. Così non servono a nulla. Ardizzone strigli il governo e pretenda risposte serie e il rispetto del parlamento. Continuare così non serve a nulla”.
E’ rabbia a 5 stelle o quasi dopo la tornata di risposte su Formazione e istruzione di martedì scorso a sala d’Ercole.

“Alcune volte – affermano i deputati Matteo Mangiacavallo e Valentina Zafarana – si ha quasi la sensazione che vogliano prenderci per i fondelli. La quasi totalità delle risposte mira a scaricare a terzi la responsabilità dell’oggetto della richiesta, oppure sono palesemente assurde”.

E’ il caso, ad esempio, della risposta data a Matteo Mangiacavallo che interrogava il governo “sulle sule sorti dell’istituto superiore statale musicale Toscanini di Ribera. A Crocetta il deputo chiedeva “nelle more della statizzazione degli istituti pareggiati musicali, quali azioni si intendano adottare per evitare la chiusura immediata ed immeritata dell’ISSM ‘Toscanini’, la lesione del diritto allo studio di centinaia di studenti e la perdita del lavoro dei 10 docenti di ruolo”.

“Mi è stato risposto – afferma Mangiacavallo – che la Regione Siciliana non ha competenze in ordine alla statalizzazione. Che è cosa che sapevamo e che non era certo quello a cui mirava l’interrogazione. Delle due, quindi, l’una: o le interrogazioni alla Regione non le leggono nemmeno, o chi la fa ha seri problemi con la lingua italiana”.

Interpellanza forse neanche letta quella di Valentina Zafarana, che chiedeva la verifica dei requisiti di legge di enti di formazione professionale coinvolti troppo spesso in ruberie e cosa intendesse fare l’assessorato nei confronti di enti che non risultassero no profit e che, quindi, per per legge, dovrebbero essere esclusi dall’erogazione dei finanziamenti .

“Ci è stato data una non risposta – dice la deputata – e cioé che l’albo dei lavoratori fa riferimento alle persone fisiche e non agli enti, quando è ormai noto come molti degli enti siano società Spa o Srl. Ed era questo il nodo su cui intendevamo ottenere documentata risposta, ma evidentemente il governo della rivoluzione preferisce nascondersi dietro ai giri di parole”.

Fonte: palermo.blogsicilia.it

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Il Liceo E. Fermi di Sciacca approda in Parlamento

NAPOLITANO HA GIURATO

DI GIUSEPPE PATTI

Alle 10.00 di questa mattina (14 Maggio 2015), presso Palazzo Montecitorio, si è svolto l’attesissimo iter parlamentare riguardante il Disegno Di Legge (DDL) “La Buona Scuola”. La nuova riforma dell’Istruzione è stata aspramente contestata sin dall’uscita dei famosi “12 punti”, che non hanno convinto il mondo scolastico, attuando diverse misure di sicurezza a favore del diritto allo studio. Occupazioni, scioperi, cortei e il blocco delle INVALSI sembra non fermare l’inarrestabile avanzata del gigante Golia, nutrito e aizzato dal Premier Renzi e dal Ministro Giannini. Stamani il “piccolo  Davide”, interpretato dal Liceo Scientifico E. Fermi di Sciacca, ha sfidato Golia nella sua tana. Letteralmente. Infatti, tramite la voce dell’On. Maria Marzana del Movimento 5 Stelle, il piccolo eroe ha avuto modo di attaccare direttamente il più grande e attuale nemico della nazione.  “Renzi, risponda almeno ai ragazzi dell’istituto Fermi di Sciacca. Simbolo degli studenti italiani che più di tutti sanno interpretare il futuro della nostra scuola”. L’Onorevole ha così cominciato il proprio discorso in Parlamento, portando realmente le proteste dei cittadini fra le mura in cui tutto si decide. Ovviamente, i ragazzi del Liceo Scientifico si dicono entusiasti di questa opportunità data, e dell’accoglienza da parte di Marzana, la quale non ha esitato ad accettare il ruolo da prestavoce, oltre a fare da filologo per fare chiarezza su un DDL incomprensibile e incompleto. Adesso gli alunni del Fermi, e di tutta Italia, aspettano che il gigante si possa ammansire e capire il danno prossimo a compiersi, altrimenti saranno costretti, insieme ai rinforzi dei professori e del personale ATA, a bloccare e uccidere il mostro con altre armi. Nel frattempo, gli studenti del Liceo Scientifico ringraziano di cuore l’On Mangiacavallo, l’On. Marzana e i suoi collaboratori (fra cui Giuseppe Ricchi), i quali hanno dedicato, e stanno dedicando, tempo e fatica  per la lotta a favore della vera Buona Scuola e per averci permesso di manifestare il nostro dissenso lì, dove nessuno si aspettava di poter arrivare.

GRAZIE!

Fonte: fermi24ore.com

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M5S, contro le trivelle azioni a tutto campo

E intanto uno studio dell’Ingv rivela la presenza di vulcani sottomarini attivi al largo della costa sud-occidentale della Sicilia.

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E’ una dichiarazione di guerra a tutti gli effetti quella che i deputati del Movimento 5 stelle all’Ars fanno alle trivelle in Sicilia e, mutatis mutandis, al governo regionale che ha siglato l’accordo “scellerato” con Assomineraria.

Dopo due mozioni, un ordine del giorno, una proposta di referendum, un disegno di legge voto e una denuncia alla Commissione europea, stamani l’annuncio in conferenza stampa, alla quale ha partecipato pure il sindaco Orlando, delle nuove azioni che metteranno in campo per bloccare il piano di estrazioni in shore e off shore nell’Isola.

Il primo passo è la chiamata a raccolta dei siciliani il prossimo venerdì alle 15.30 a Palermo, davanti a Palazzo d’Orleans, dove è previsto un sit-in organizzato in collaborazione con l’Anci Sicilia, Legambiente, Greenpeace e l’associazione No triv per chiedere a Crocetta il rispetto degli atti parlamentari approvati contro i progetti industriali sugli idrocarburi.

Quindi, il secondo, strettamente legato all’esito della riunione di ieri dei capigruppo all’Ars che hanno dato il via libera per la discussione in aula, fissata il 7 gennaio prossimo, al ddl voto che mira all’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge 12 settembre 2014 (il cosiddetto Sblocca Italia), convertito poi in legge. Se da Sala d’Ercole arriverà l’ok, saranno poi i  parlamentari siciliani a Roma a dover cercare di farlo battezzare legge dello Stato.

Nella pentola in ebollizione dei grillini non c’è solo il ddl voto: ha avuto recentemente il via libera dalla commissione Ambiente anche la proposta di referendum abrogativo dello stesso articolo, mentre in precedenza erano state approvate da sala d’Ercole due mozioni a firma Palmeri e Foti e un ordine del giorno a firma Mangiacavallo. Comun denominatore di tutti questi atti, è sempre lo stop alle trivelle ma con diverse sfaccettature.

La mozione Palmeri ha impegnato il governo a fermare la ricerca sulla terraferma per mettere al riparo la regione da possibili rischi sismici, quella a firma Foti a stoppare i petrolieri  nel canale di Sicilia con la costituzione di zone a tutela biologica, mentre l’atto di Mangiacavallo  mira all’abrogazione degli articoli 37 e 38 con il ricorso al referendum e alla Corte costituzionale. La proposta della Foti, in particolare, richiama all’attenzione oltre ai rischi sismici, anche quelli connessi all’attività vulcanica, un fattore quest’ultimo non tenuto nella giusta considerazione dai governi nazionale e regionale. E che invece è stato oggetto di studio da parte dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) che nel 2010 mise nero su bianco un rapporto tecnico “Primi tentativi di monitoraggio dei resti sottomarini dell’eruzione che nel 1831 costruì l’isola Ferdinandea nel Canale di Sicilia”. Ebbene, le conclusioni di quel report fanno tremare i polsi, perché confermano, tra le altre cose, l’idea che il rilievo sottomarino prospiciente Sciacca è sede di un’area vulcanica attiva e di grandi dimensioni (25×35 chilometri circa).

“Esiste, quindi, la possibilità- si legge nelle conclusioni del report- di una ripresa dell’attività vulcanica in una zona relativamente prossima alle coste meridionali della Sicilia, entro un raggio di alcune decine di chilometri da Capo San Marco e da Sciacca, distanza non molto più grande di quella che separa la cattedrale di Catania dai crateri sommitali dell’Etna.

Queste considerazioni- prosegue l’Ingv- hanno chiare implicazioni sulla valutazione del rischio vulcanico e sismico ma, allo stato attuale, non sono sufficienti ad indicare un problema pressante e a disegnare uno scenario di rischio imminente. Tuttavia, anche se questi vulcani non eruttano regolarmente come l’Etna, possono in qualsiasi momento dare luogo a eruzioni sottomarine di tipo esplosivo, le quali, a loro volta potrebbero generare tsunami e devastare una costa densamente popolata con possibili ripercussioni sull’opposta sponda del Mediterraneo”.

Secondo Domenico Macaluso, responsabile del Nucleo operativo subacqueo Lega navale italiana, che ha effettuato delle ricerche sottomarine per conto dell’Ingv “la presenza di questi vulcani dimostra che ci sono coni eruttivi avventizi di un unico grande vulcano. Le ricerche sottomarine, arricchite anche dagli studi degli archivi, ed effettuate fra il 1999 ed il 2006 hanno fatto luce pure su un evento cronologicamente lontano, un terremoto seguito da un maremoto, che il 21 luglio del 365 d.C. distrusse molte città della Sicilia sud-occidentale, come Selinunte, Allavam ed Eraclea Minoa”.

Fonte: www.ilmoderatore.it

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I costi occulti della TASI

Nel giorno previsto come scadenza per il versamento del primo acconto della TASI, che graverà sulle già martoriate tasche dei cittadini saccensi, il Meetup Sciacca 5 Stelle non può non segnalare l’ennesima inefficienza del nostro Comune.

Il regolamento TASI approvato con Delibera del Consiglio Comunale n. 45 del 09/09/2014 prevede all’art.10 comma 7 che ‘La TASI viene riscossa dal Comune, con facoltà di inviare ai contribuenti i modelli di pagamento preventivamente compilati, fermo restando che, qualora il Comune non provveda in tal senso, il contribuente è comunque tenuto al versamento della TASI in autoliquidazione’.

Inutile dire che gli uffici preposti del nostro Comune si sono guardati bene dal caricarsi di tale onere, forse ritenuto, come accade spesso, al di là dalle capacità tecniche e delle possibilità logistiche offerte dalle ‘poche’ risorse umane disponibili. Probabilmente la nostra Amministrazione, per la solita regola del ‘quieto vivere’ all’interno della grande casa Comunale, non ha neanche ritenuto di sollecitare adeguatamente gli uffici competenti.

Ovviamente, ancora una volta, chi ne ha fatto le spese sono i cittadini di Sciacca che oltre ai costi dell’imposta, hanno dovuto affrontare i costi di commercialisti, consulenti e patronati che per la compilazione dei moduli, attività tutt’altro che semplice visti i numerosi punti grigi del regolamento, soprattutto per quanto attiene le detrazioni, hanno richiesto un giusto compenso oscillante tra 10€ e 30€.

Sebbene si trattasse di una facoltà, e quindi non di un obbligo previsto per legge, in un momento di crisi come quello che sta vivendo la nostra città, sarebbe stato doveroso da parte della nostra Amministrazione impegnarsi a organizzare gli uffici competenti per rendere effettivo il servizio.

Ci auguriamo che per il futuro la questione sia affrontata in modo diverso nell’interesse della cittadinanza.

Meetup Sciacca 5 Stelle

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