Video | E’ ora di una ”due diligence” per la Regione Siciliana

La prima cosa che farò da presidente della Regione, dopo aver eliminato i vitalizi, le pensioni da privilegiati e dimezzato gli stipendi degli onorevoli siciliani, sarà quella di avviare una ”due diligence” con la Corte dei Conti, cioè un controllo approfondito sul bilancio della Regione. Se qualcuno in questi anni ha mentito ai siciliani dovrà prendersi le proprie responsabilità davanti alla legge. In Sicilia tutto ció non è mai stato fatto ed è giunto il momento di farlo, è giunto il momento di mettere le cose a posto. Giancarlo Cancelleri

di Pietrangelo Buttafuoco

Dopo buttanissima Sicilia, strabuttanissima Sicilia, e neppure ci potevo credere. Spero, speravo e spererò, di essere contraddetto dei fatti rispetto a quello che si vede, a quello che capita davanti agli occhi, a quello che accade in questa meravigliosa terra qual è la Sicilia, che è diventata, si è confermata, e ahinoi temo possa continuare a essere, la fogna del potere. Il luogo di tutti i trasformismi, ma anche il garbuglio dietro la quale si nascondono tutte le imposture.

Abbiamo lasciato alle spalle l’impostura della rivoluzione affidata a Rosario Crocetta, il più incredibile dei governatori che si potessero immaginare per quella terra che è comunque il luogo di Pirandello, di Camilleri, il luogo di tutte le contraddizioni, il luogo di tutte le grandezze, della raffinatezza di pensiero di Giovanni Gentile, condensata in un’istantanea: in una fotografia -sarebbe il caso di farla vedere- dove lui è nudo come un sirenetto a coprire il pisellino con il giornale di carta, vanta e decanta una inimmaginabile bellezza dell’isola. Ecco, questo è stato il destino di questa terra che era buttanissima nel pittoresco, strabuttanissima quando non si vede la possibilità di cominciare a costruire un futuro.

Il vero dramma di questa terra, il vero rovello della Sicilia, è quello di rassegnarsi a un destino ancora una volta uguale a quello che avevamo lasciato dei libri di scuola. Quando ai tempi di Verre, con Cicerone che scriveva, raccontava dei saccheggi, raccontava di quello che era diventato il lucrare della corruzione, raccontava qualcosa che si è confermato nella storia recente, quando di questa meravigliosa terra se n’è fatto il granaio elettorale di satrapie lontana e vicine. Di una casta, quella casta con le sarde, che ha confermato se stessa attraverso i gabelloti del potere.

E quindi strabuttanissima, perché ahimé ahinoi ahivoi non sarà attraverso un passaggio elettorale che la Sicilia potrà trovare un futuro, non sarà attraverso i meccanismi attuali, ma attraverso la consapevolezza di un fatto rivoluzionario, che è quello di porre la questione a un ascolto il più eclatante possibile. Giusto in questo periodo, quando abbiamo assistito a quello che è accaduto in Catalogna, a quello che accade continuamente attraverso le mille piccole patrie che reclamano un’identità, uno spazio, trovare la conferma dell’inutilità di quello che è stato elargito a suo tempo da Umberto II di Savoia: lo statuto speciale siciliano. L’autonomia è la cosa più bella che ci possa essere, ancora più bella è l’indipendenza, ma bisogna meritarsele, bisogna guadagnarsele, bisogna saperle costruire con un atto e un fatto di maturità. Cosa che la Sicilia nei lunghi anni (pensate, è il collaudo più antico rispetto alle altre storie, perché appunto è un atto del Regno d’Italia che prosegue nella Repubblica Italiana) ha confermato di non funzionare, semplicemente non funzionando.

Quando ci sarà un nuovo governo per la Regione Siciliana, e un nuovo governo ci sarà, un nuovo presidente con la nuova giunta, con un nuovo Parlamento, la prima azione politica, il primo atto fondativo di questa nuova stagione, dovrebbe essere, anzi è urgente che sia, soltanto una decisione: quella di predisporre la “due diligence”, cioè la gestione fallimentare della cosa pubblica.

Non c’è altra possibilità che seguire l’esempio di Detroit, e poi il segreto della politica è nel copiare le cose che funzionano. Detroit era combinata se non peggio, come La Sicilia: è una metropoli, una megalopoli nell’orizzonte contemporaneo, totalmente travolta dalla corruzione, dall’inefficienza, dallo sfascio della propria burocrazia. Bene, la decisione fu quella di adoperarsi nella “due diligence”, cioè nella gestione fallimentare, perché in Sicilia è inconcepibile reggere la politica con il ricatto del consenso. In Sicilia è necessario attraversare le forche caudine delle storie più spinose, perché bisogna comunque sfasciare mille clientele, perché bisogna comunque irrompere la dove i fortilizi di antiche conventicole hanno stabilito logiche di potere altrimenti impossibili da smantellare con un semplice percorso elettorale.

C’è bisogno di un commissariamento lungo e più lungo possibile. Certo secondo la Costituzione non si può fare, potrebbe durare solo tre mesi e indire nuove elezioni. Sì tutto giusto, ma quello che serve è una consapevolezza, aprire un dibattito, chiedere a Roma di ridiscutere il titolo V della Costituzione e cambiare la faccia della storia. Perché c’è un orologio, è l’orologio della storia che segna i passaggi fondamentali.

Va bene, l’altra volta è capitato a Barcellona in Catalogna, a un certo punto s’è sfasciato qualcosa. Ma poi c’è il l’urto di realtà, e l’urto di realtà è molto più forte di quanto possa essere l’orologio della storia, perché con un atto di decisione politica stabilisce quello che le carte geografiche non riescono a contenere, e significa che questa mia meravigliosa terra disperatissima, buttanissima, strabuttanissima, è comunque quella che ha il buco di bilancio più spaventoso, è quella che ha i tassi disoccupazione più alti, è quella che in assoluto ha il maggior numero di ragazzi costretti a scapparsene via. E’ quella il cui prodotto interno lordo regionale, badate bene, è inferiore a quello che la Sicilia aveva nell’immediato dopoguerra, quando le case erano bombardate, c’erano gli sfollati per strada. Questa è la realtà siciliana, ahinoi fatta anche di fame, fame vera, che la propaganda politicante non vuole raccontare. Per cui una presa di coscienza forte, fortemente politica, perché la politica non passa solo attraverso le elezioni: la politica è sempre un atto di coscienza pubblica, collettiva, civica.

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