Avevamo ragione, la Corte Costituzionale ha fermato le trivelle di Renzi

di Andrea Fiasconaro – Capogruppo del M5S Lombardia

La sentenza 170, della Corte Costituzionale, pubblicata il 12 luglio scorso, ha dichiarato illegittimo il comma 7 dell’articolo 38 del Decreto legge 133, lo Sblocca Italia, che ribadisce che il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale è materia concorrente tra Stato e Regioni.

Avevamo ragione nel chiedere l’impugnazione dell’articolo 38 dello ‘Sblocca Italia’ che consentiva la ricerca, la trivellazione e lo stoccaggio indiscriminati di idrocarburi sul territorio. La Corte Costituzionale ristabilisce che la materia è concorrente tra Stato e Regione, dunque sulla ricerca di idrocarburi lo Stato non può prendere decisioni per una Regione senza consultarla.

Solo il PD lombardo, allora completamente renziano, aveva difeso quel decreto pro trivelle che la Corte ha impugnato. E’ stato sventato il tentativo di Renzi di consentire al Governo di agire indisturbato con altre concessioni e prolungamenti che vanno contro la volontà dei cittadini e delle buone politiche per i territori e la tutela dell’ambiente. Ora la Lombardia faccia un ulteriore passo avanti, ripensi le politiche regionali sulle trivelle e gli stoccaggi e orienti il suo futuro sulle energie rinnovabili.

Fonte: ilblogdellestelle.it

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M5S: “Altro che vittoria di Crocetta e del Pd. Per avere l’elemosina dallo Stato pure un ‘mutuo’ da 900 milioni di euro”

La conferma dal dossier sulla legge di stabilità 2015, realizzato congiuntamente dai servizi del Senato e della Camera. Cancelleri: “L’ennesima manovra lacrime e sangue sulla pelle dei siciliani”. Cappello. “Hanno congelato lo statuto fino alla prossima legislatura”.

Crocetta-Faraone-Renzi

Sarà un mutuo vero e proprio da rimborsare con tanto di interessi quello che permetterà di restituire allo Stato la tranche di 900 milioni trasferiti da Roma all’interno dell’accordo da un miliardo e 685 milioni firmato ieri tra Stato e Regione. A togliere ogni dubbio è il dossier sulla legge di stabilità 2015 realizzato congiuntamente dai servizi del Senato e della Camera, sul finanziamento dei contributi alle regioni Sicilia e Valle d’Aosta.

“Il comma 689 delle legge 208/2015, infatti, prevede che il contributo di 900 milioni attribuito alla Regione siciliana sia restituito con accantonamenti crescenti di 9,9 milioni per il 2016, 14,8 milioni per il 2017, 18,2 milioni per il 2018 e 21,2 milioni di euro a decorrere dal 2019”.

“Quella che il governo Crocetta, Faraone e il Pd hanno spacciato per una grande vittoria – dice il deputato Giancarlo Cancelleri – in realtà è l’ennesimo bluff di questo governo, con ricadute sanguinose sulla pelle dei siciliani. Innanzitutto una quota parte sarà da restituire con gli interessi. La concessione di gran parte della restante porzione, 500 milioni circa, invece, è subordinata a una serie di prescrizioni e di politiche lacrime e sangue che, ovviamente, lasceranno il segno sulla pelle dei siciliani”.

L’accordo “che ancora una volta – dice Cancelleri – ci viene fatto passare sulla testa, bypassando il parlamento” prevede tra le altre cose, dal 2017 al 2020, la riduzione strutturale della spesa corrente in misura non inferiore al 3 per cento e il completo recepimento della legge del Rio, “cosa che – commenta Cancelleri – di fatto azzera tre anni di lavoro a sala d’Ercole”.

“L’accordo – dice il deputato Francesco Cappello – di fatto congela lo statuto speciale fino alla prossima legislatura, visto che il governo regionale non ha il coraggio di metterlo in pratica, e quello nazionale non ha la forza di abolirlo. E tutto questo in cambio di briciole e di grandi privazioni per i siciliani. Continuiamo a contribuire in misura rilevante al risanamento delle casse dello Stato in cambio del nulla. I siciliani sono la merce di scambio per la sopravvivenza di questo governo regionale. Ci chiediamo come mai la Valle d’Aosta, pure a Statuto speciale, sempre nel medesimo tavolo abbia raggiunto notevoli vantaggi economici a differenza nostra?”.

“Di fatto – commenta il parlamentare Sergio Tancredi – si congelano le entrate della Sicilia ad un livello che ne garantisce la mera sopravvivenza, senza possibilità di sviluppo e di recupero del gap economico pluriennale imposto dallo Stato con la compiacenza della politica siciliana”.

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Crocetta finge o non ha compreso. Per i siciliani l’accordo è un disastro

Il governatore ha usato toni trionfalistici dopo l’intesa sui 500 milioni, ha ignorato l’Ars e ha nascosto le pesanti rinunce della Sicilia.

Crocetta-Faraone-Renzi

Di Accursio Sabella

Ha esultato, brindato e utilizzato i soliti toni trionfalistici per descrivere la firma dell’accordo a Palazzo Chigi che ha dato il via libera ai 500 milioni ancora bloccati nella finanziaria regionale. E proprio quei toni, quell’entusiamo di Rosario Crocetta suggeriscono dubbi e interrogativi. Due, in particolare. Il bivio di questa vicenda è tutto lì: il presidente della Regione non si è accorto, ha ignorato, sottovalutato alcuni passaggi di quell’intesa o, semplicemente, in piena consapevolezza ha rifilato un “pacco” ai siciliani? Oltre questa biforcazione non c’è nulla. Non c’è una terza strada possibile, a guardar bene i termini dell’accordo. Che ha, sostanzialmente, riconosciuto alla Sicilia il diritto ad avere soldi propri, ma solo a condizione di buttare nel cestino un bel pezzo di autonomia, di considerare il parlamento come una sorta di ufficio protocollo e soprattutto di costringere i siciliani a tagli sanguinosi nei prossimi anni.

E allora, questo trionfalismo? Il presidente della Regione, insomma, ha compreso di avere rinunciato ai ricorsi contro lo Stato dinanzi alla Corte costituzionale? Si è reso conto, ad esempio, di aver rinunciato persino a quelli già vinti? E di aver detto addio alle possibili, future vittorie scaturenti da cause in corso?

La rinucia ai contenziosi

Nei giorni scorsi, per fare un esempio, il governo Renzi ha riconosciuto alla Valle d’Aosta un trasferimento di 70 milioni di euro per le accise impropriamente incamerate dallo Stato. Stiamo parlando di una Regione a Statuto speciale, ma di 120 mila abitanti o poco più. Quella sentenza che ha portato al riconoscimento dei 70 milioni, riguardava anche la Sicilia. Ma per l’Isola gli effetti sono stati già neutralizzati dalla prima scelta di Crocetta di rinunciare ai contenziosi: quella del giugno del 2014. Una storia assai simile a quella recente. “La Regione si impegna a ritirare, entro il 30 giugno 2014, – questo il testo del vecchio accordo – tutti i ricorsi contro lo Stato pendenti dinnanzi alle diverse giurisdizioni relativi alle impugnative di leggi o di atti conseguenziali in materia di finanza pubblica, promossi prima del presente accordo, o, comunque, a rinunciare per gli anni 2014-2017 agli effetti positivi sia in termini di saldo netto da finanziare che in termini di indebitamento netto che dovessero derivare da eventuali pronunce di accoglimento”. Passa meno di un anno e la Consulta riconosce alla Sicilia e alle altre Regioni a Statuto speciale il diritto a incassare le entrate relative alle accise sull’energia. Somme che invece, dal 2012, col decreto “Cresci Italia” il governo romano aveva avocato a sé. Per un totale, in questo caso, di 235 milioni annui per le Regioni interessate. La quota annuale spettante alla Sicilia si aggirava intorno ai 73 milioni di euro, da moltiplicare per sei anni. E sono già oltre 400 milioni. Quasi equivalenti alla cifra liberata trionfalmente due giorni fa.

Quei soldi erano già della Sicilia

È, quello, solo uno degli esempi di pronunce della Corte costituzionale a favore dell’Isola. Lo Consulta lo ha fatto per otto volte negli ultimi due anni e mezzo. Ma a quelle “vittorie” non è seguito nulla. Nessun introito per l’Isola, proprio a causa di quell’accordo. E adesso, Crocetta ci è ricascato. Nonostante persino la Corte dei conti, che non ha mai risparmiato critiche alla gestione finanziaria del governo regionale, avesse segnalato lo squilibrio dei rapporti tra Stato centrale e Regione siciliana. “Nel corso del 2014, – annotava un anno fa il procuratore generale d’Appello Diana Calaciura – la Struttura di gestione dell’Agenzia delle entrate ha ‘trattenuto’ le entrate riscosse nella Regione per complessivi 585,5 milioni di euro, riversandole direttamente al bilancio dello Stato a titolo di accantonamenti tributari e, per di più, in assenza di qualsiasi comunicazione formale alla Regione”. Lo Stato si era “preso” già 585 milioni che spettavano alla Regione. Più o meno gli stessi soldi ai quali Crocetta ha brindato nei giorni scorsi. “Ancora una volta, – sottolineavano le Sezioni riunite della Corte dei conti – in un momento di affanno finanziario per i conti della Regione siciliana, somme statutariamente spettanti non vengono erogate dai competenti organi statali”. E non manca proprio un passaggio sulla rinuncia del presidente della Regione ai contenziosi con lo Stato e alla sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto il diritto della Sicilia a trattenere le somme legate all’aumento delle accise su energia e carburanti fin dal 2011. Soldi che, almeno per gli anni precedenti alla firma dell’accordo, dovevano essere risconosciuti alla Sicilia: “La disposizione dichiarata costituzionalmente illegittima – spiegano i giudici contabili – risale al 2011, appare evidente che, laddove le entrate spettanti fossero state prontamente restituite alla Regione, quest’ultima avrebbe potuto utilizzarle, nell’ambito della propria autonomia statutaria”. Soldi della Sicilia, quindi, che lo Stato non ha mai restituito: una parte a causa della rinuncia di Crocetta, dall’altra per una scelta volontaria del governo centrale, censurata dai magistrati contabili.

Le rinunce di Crocetta e dei siciliani

Per assicurarsi i “nuovi” cinquecento milioni, poi, Crocetta ha “condannato” la Sicilia a tagli pari a oltre 400 milioni l’anno per i prossimi anni, al recepimento acritico di alcune riforme statali, alla riduzione delle spese per il personale, persino a ignorare il voto dell’Assemblea regionale che aveva impegnato il governo a ritirare la rinuncia ai contenziosi del 2014. E invece, il governatore non solo non ha ritirato quella rinuncia, ma ne ha presentata un’altra, persino “preventiva” sulle cause che la Regione potrà vincere in futuro.

E allora, a quali soldi deve brindare la Sicilia? Visto che Crocetta, dopo quelle rinunce dannose ha deciso di arrendersi pure in vista delle prossime pronunce? E a chiederlo sono esponenti di settori assai diversi. Oltre, ovviamente, alle forze di opposizione, come Forza Italia, ecco l’affondo della Cgil: “Le dichiarazioni del Presidente Crocetta sull’accordo Stato-Regione – ha detto il segretario regionale Michele Pagliaro – trasudano di un trionfalismo non giustificato, considerando le reali conseguenze che avrà e soprattutto le contropartite che sono state fornite che comporteranno per i prossimi 4 anni tagli per 500 milioni l’anno”. Non solo un problema di tagli, poi: “Questo accordo – prosegue Pagliaro – sancisce di fatto la cancellazione dell’Autonomia e fa specie il fatto che il Parlamento siciliano non proferisca in merito parola” Quanto alle contropartite dell’accordo, il segretario della Cgil rileva che “c’è la riduzione del 3% ogni anno della spesa corrente (esclusa sanità) dal 2017 al 2020; l’ulteriore riduzione della spesa per il pubblico impiego; l’ adozione dei fabbisogni standard per i comuni; l’applicazione totale delle leggi Delrio e Madia”. “Quelle – ribadisce il deputato alla Camera di Sinistra Italiana, Erasmo Palazzotto – sono somme dovute e non nuove risorse, frutto della rimodulazione di fondi che già spettavano alla Sicilia, come le mancate entrate Irpef. C’è quindi poco da festeggiare adesso vedremo se Crocetta e la sua litigiosa maggioranza sapranno far fruttare lo scongelamento di questi fondi, attesi per un anno”.

In pratica i citati tagli di 500 milioni l’anno per i prossimi 4 anni. E così, ecco arrivare anche le critiche dei movimenti autonomisti-sicilianisti, come quello di Sicilia Nazione, che parla di “circonvenzione di incapaci politici”. “Renzi obbliga l’imbelle Crocetta – prosegue la nota – a firmare un ulteriore accordo che condanna la Sicilia all’asfissia finanziaria. Dopo quello del 2014 che costò alle casse siciliane oltre 5 miliardi, Crocetta fa il bis rinunciando ancora una volta ai contenziosi con lo Stato e agli altri diritti previsti dallo Statuto. Si tratta di un raggiro che costa alla Regione Siciliana almeno altri 8 miliardi, e che in più determina anche una forte riduzione di quello che per Statuto toccherebbe alla nostra isola. Siamo di fronte al tradimento e al totale azzeramento dell’Autonomia, avvenuto senza neanche coinvolgere il Parlamento siciliano che a questo punto assume, insieme alla Commissione Paritetica, il triste ruolo di passacarte”. Pare che oggi Crocetta incontrerà Ardizzone per spiegare i termini dell’accordo. Ma il bivio è sempre lì: Crocetta illustrerà un accordo che non ha compreso del tutto, o si presenterà al parlamento siciliano, ancora una volta ignorato, per una sorta di recita, che somiglia a una beffa, se non a un raggiro? Una terza via non c’è.

Fonte: livesicilia.it

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I tagli alla sanità uccidono

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“Una neonata, a seguito di gravi crisi respiratorie, è deceduta prima di giungere all’ospedale di Ragusa, dopo che ben tre ospedali di Catania l’hanno respinta per mancanza di posti disponibili. Ora sarà la magistratura a indagare sui responsabili di questa morte inaccettabile, e il M5S presenterà un’interrogazione al ministro Lorenzin, ma non ci sono dubbi sul fatto che questo possa considerarsi un caso concreto degli scellerati tagli del governo sulla Sanità, tagli alle Regioni di circa 4 Miliardi di euro effettuati con la Legge di Stabilità.

Renzi ha giustificato la stretta parlando di sprechi. Il problema è che i tagli sono lineari. In questo modo le Regioni, già in difficoltà per la crisi, dovranno tagliare senza pietà nel settore che più le riguarda: il sistema sanitario. Ticket più cari, tagli al personale medico e infermieristico, sforbiciata ai posti letto e alla spesa per macchinari. Un declino della sanità che parte dal Governo Monti ed è proseguito con Matteo Renzi.

La spesa sanitaria è calata del 2,8% dal 2010 al 2013 e questi nuovi 4 miliardi di tagli alle regioni, se interamente scaricati sulla sanità, significano perdita di posti letto per decine di migliaia di unità. Da questo assalto alla salute e alla qualità della vita quindi non c’è via di fuga. Il modello renziano fondato sul rigore e sulla fedeltà all’euro moltiplicherà già nei prossimi mesi casi di malasanità e di tragedie imperdonabili, come quello di oggi. Il Governo sempre più inefficiente e irresponsabile, anziché recuperare i miliardi di euro dalla lotta alla corruzione, all’evasione e al malaffare politico – economico, gioca con la vita dei cittadini. L’Italia di Renzi ha innestato la retromarcia. Dobbiamo tornare padroni di noi stessi e riprendere un percorso di sviluppo economico e sociale. La salute non si tocca. Solo un Governo di folli può sacrificarla sull’altare dell’euro e dell’austerità”.

M5S Senato

Fonte: beppegrillo.it

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Il piano di Renzi per bucare il mare. M5S: “145 kmq di trivelle selvagge”

Il M5s presenta al Parlamento europeo il dossier sull’estrazione del petrolio: “Con lo Sblocca Italia decine di progetti anche nel Canale di Sicilia, su un’area grande quanto la Grecia. Useranno detonazioni a ridosso delle aree protette, è un disastro che va fermato”.

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Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera di proprietà Transocean affondata il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico. Oltre a costare la vita a 11 persone, l’incidente ha generato un gravissimo danno ambientale. In mare si sono riversati circa 5 milioni di barili di petrolio, che hanno provocato la distruzione di un intero ecosistema. L’oro nero ha ucciso migliaia di uccelli marini, mammiferi, tartarughe e pesci e ha gravemente danneggiato i coralli sul fondo del mare. E le operazioni di bonifica hanno fatto più male che bene, devastando i luoghi deputati alla riproduzione della fauna. Un quinto del petrolio giace ancora sul fondo del mare.

Un’area di 145 chilometri quadrati , di cui ben 123 in mare. Un territorio poco più vasto dell’intera Grecia che rischia di venire perforato per estrarre petrolio o per cercarlo attraverso detonazioni subacquee. Un rischio sempre più concreto a causa delle norme scellerate contenute nel decreto del governo Renzi, lo Sblocca Italia, che di fatto è uno Sblocca Trivelle“. E’ quanto denuncia Rosa D’Amato, eurodeputata del Movimento 5 stelle, che cita i dati del dossier ‘145 kmq di trivelle selvagge, il piano Renzi per bucare l’Italia e il suo mare’. Il dossier è stato presentato oggi al Parlamento europeo di Bruxelles nel corso del seminario ‘Don’t fossilize yourself’, promosso dalla stessa eurodeputata e dal gruppo Efdd.

Stiamo assistendo a un vero e proprio assalto dei petrolieri al mare e al territorio italiano – dice D’Amato -. Stando ai dati del ministero dello Sviluppo economico, al momento le compagnie petrolifere hanno presentato 120 richieste di cui 67 per la ricerca di idrocarburi in terraferma, 45 per la ricerca in mare e 8 per la prospezione in mare. Dal Nord al Sud, dall’Adriatico al Tirreno fino al Golfo di Taranto e al Canale di Sicilia, ci sono decine di progetti, alcuni già in fase avanzata, che rischiano di perforare o di usare delle vere e proprie detonazioni subacquee a ridosso di aree marine di fondamentale importanza per la biodiversità del mar Mediterraneo. E’ un disastro che va fermato“.

L’europarlamentare denuncia innanzitutto l’irrilevanza economica della Strategia energetica nazionale, che vuole più che raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia: “A fronte di introiti per le compagnie petrolifere che nel 2013 hanno raggiunto i 6,5 miliardi di euro solo con la vendita delle materie prime estratte – dice D’Amato – i ricavi dalle royalties per lo Stato sono stati, sempre nel 2013, di poco superiori ai 420 milioni di euro. Di questi, ben 93 milioni tornano alle stesse compagnie petrolifere attraverso i buoni benzina rilasciati dal Fondo di riduzione prezzi carburanti. Una beffa nella beffa“. Ci sono poi i danni ambientali delle attività petrolifere che, dice sempre l’eurodeputata, “fanno del Mediterraneo uno dei mari più inquinati da idrocarburi al mondo“.

Eppure, con lo Sblocca Italia, “trivellare sarà sempre più facile. Il cavallo di Troia è essenzialmente uno: togliere alle Regioni il potere di veto sulla ricerca e sulla trivellazione di pozzi di petrolio e di metano. Tra le disposizioni del decreto, infatti, c’è quella che trasferisce d’autorità nel marzo 2015 le procedure di via sulle attività a terra dalle regioni al ministero dell’Ambiente, annullando il potere di veto delle comunità locali“.

Lo Sblocca Italia va fermato – conclude D’Amato -. Questo decreto costituisce una palese violazione delle norme europee, in particolare della Direttiva Offshore 2013/30/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di impatto ambientale. Contro queste violazioni abbiamo dato e continueremo a dare battaglia in Europa“.

Fonte: lasiciliaweb.it

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